Quando i rimedi nazionali non hanno dato tutela e il proprietario ritiene di aver subito una violazione dei propri diritti fondamentali, resta un’ultima strada: il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) di Strasburgo. È uno strumento importante in materia di espropri, ma ha regole rigorose e non è un “quarto grado di giudizio”. Vediamo come funziona.
La Corte europea dei diritti dell’uomo giudica sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) da parte degli Stati. In materia di esproprio il riferimento principale è la tutela della proprietà, garantita dall’art. 1 del Primo Protocollo alla Convenzione: nessuno può essere privato dei suoi beni se non nell’interesse pubblico, alle condizioni previste dalla legge e nel rispetto di un giusto equilibrio tra interesse generale e diritti del singolo, che di norma implica un indennizzo ragionevolmente rapportato al valore del bene.
Su questa base la Corte ha censurato, negli anni, situazioni come le occupazioni senza titolo con acquisizione di fatto del bene (le cosiddette espropriazioni indirette), gli indennizzi manifestamente inadeguati e i ritardi patologici nei pagamenti.
Il ricorso alla Corte EDU non è alternativo alle vie nazionali: le presuppone. Occorre aver prima percorso i rimedi interni utili (ad esempio i giudizi davanti al giudice amministrativo o ordinario, fino ai gradi previsti) e averli esauriti. Solo quando l’ordinamento nazionale non ha rimosso la violazione si può bussare a Strasburgo. Ricorrere prima di aver esaurito le vie interne porta, di regola, all’irricevibilità.
Il ricorso va presentato entro un termine perentorio dalla decisione interna definitiva. Con l’entrata in vigore del Protocollo n. 15, tale termine è stato ridotto: è quindi essenziale verificarne l’esatta durata attuale prima di attivarsi, perché un ricorso tardivo è irricevibile. Accanto al termine, la Corte richiede altre condizioni (tra cui l’esistenza di un pregiudizio non irrilevante e il rispetto dei requisiti formali del ricorso), che vanno vagliate con attenzione.
La Corte EDU non annulla gli atti nazionali né sostituisce le decisioni interne. Se accerta la violazione, può condannare lo Stato a corrispondere un’equa soddisfazione al ricorrente, cioè un indennizzo per il pregiudizio subito, e la sua pronuncia può incidere sull’orientamento futuro dell’ordinamento interno. È una tutela di natura particolare, che opera sul piano della responsabilità dello Stato.
Il ricorso alla Corte europea è l’ultima risorsa: presuppone l’esaurimento delle vie interne, ha termini stringenti e requisiti formali severi, ma può offrire tutela dove i giudici nazionali non l’hanno data, soprattutto nei casi di privazione della proprietà senza indennizzo adeguato o senza titolo. Data la sua complessità e i termini da rispettare, è un percorso da valutare e impostare con un legale esperto in diritto convenzionale e in materia di espropri.
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