AFFAIRE SCOPPOLA c. ITALIE (N° 2) - A.N.P.T.ES.
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Testo originale e tradotto della sentenza selezionata

AFFAIRE SCOPPOLA c. ITALIE (N° 2)

Tipologia: Sentenza
Importanza: 1
Articoli: 41, 35, 06, 46, 07, 30
Numero: 10249/03/2009
Stato: Italia
Data: 2009-09-17 00:00:00
Organo: Grande Camera
Testo Originale

Conclusione Eccezione preliminare respinta, incompetenza in quanto all’art. 6,; eccezione preliminare respinta, non-esaurimento delle vie di ricorso interne in quanto all’art. 7,; violazione dell’art. 7; eccezione preliminare unita al merito, non-esaurimento delle vie di ricorso interne in quanto all’art. 6,; eccezione preliminare respinta, Non-esaurimento delle vie di ricorso interne in quanto all’art. 6,; violazione dell’art. 6; danno morale – risarcimento
GRANDE CAMERA
CAUSA SCOPPOLA C. Italia (No 2)
(Richiesta no 10249/03)
SENTENZA
STRASBURGO
17 settembre 2009
Questa sentenza è definitiva. Può subire dei ritocchi di forma.

Nella causa Scoppola c. Italia (no 2),
La Corte europea dei diritti dell’uomo, riunendosi in una Grande Camera composta da:
Jean-Paul Costa, presidente, Nicolas Bratza, Peer Lorenzen, Francesca Tulkens, Josep Casadevall, Ireneu Cabral Barreto, Rait Maruste, Alvina Gyulumyan, Danutė Jočienė, Ján Šikuta, Dragoljub Popović, Marco Villiger, Giorgio Malinverni, George Nicolaou, András Sajó, Mirjana Lazarova Trajkovska, giudici, Vitaliano Esposito, giudice ad hoc,
e da Michael O’Boyle, cancelliere aggiunto,
Dopo avere deliberato in camera del consiglio il 7 gennaio e l’8 luglio 2009,
Rende la sentenza che ha adottato in questa ultima data:
PROCEDIMENTO
1. All’origine della causa si trova una richiesta (no 10249/03) diretta contro la Repubblica italiana e in cui un cittadino di questo Stato, il Sig. F. S. (“il richiedente”), ha investito la Corte il 24 marzo 2003 in virtù dell’articolo 34 della Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“la Convenzione”).
2. Il richiedente è rappresentato da N. P., A. M e G. P., avvocati a Roma. Il governo italiano (“il Governo”) è rappresentato dal suo agente, la Sig.ra E. Spatafora, e dal suo co-agente aggiunto, il Sig. N. Lettieri.
3. Il richiedente adduceva in particolare che la sua condanna allìergastolo aveva infranto gli articoli 6 e 7 della Convenzione.
4. La richiesta è stata assegnata alla seconda sezione della Corte (articolo 52 § 1 dell’ordinamento della Corte). Il 13 maggio 2008, è stata dichiarata parzialmente ammissibile da una camera di suddetta sezione, composta dai giudici di cui segue il nome,: Francesca Tulkens, Antonella Mularoni, Ireneu Cabral Barreto, Danutë Jočienė, Dragoljub Popović, Andrįs Sajó e Vitaliano Esposito, così come di Sally Dollé, cancelliera di sezione. Il 2 settembre 2008, la camera si è disfatta a profitto della Grande Camera. Il richiedente non si oppose allo scioglimento; dopo avere formulato simile opposizione, il Governo l’ha ritirata (articoli 30 della Convenzione e 72 dell’ordinamento).
5. La composizione della Grande Camera è stata definita conformemente agli articoli 27 §§ 2 e 3 della Convenzione e 24 dell’ordinamento. In seguito all’astensione di Vladimiro Zagrebelsky, giudice eletto a titolo dell’Italia, il Governo ha designato Vitaliano Esposito per riunirsi in qualità di giudice ad hoc (articoli 27 § 2 della Convenzione e 29 § 1 dell’ordinamento).
6. Tanto il richiedente che il Governo hanno depositato un esposto sul merito della causa.
7. Un’udienza si è svolta in pubblico al Palazzo dei diritti dell’uomo, a Strasburgo, il 7 gennaio 2009 (articolo 59 § 3 dell’ordinamento).
Sono comparsi:
-per il Governo il
Sig. N. Lettieri, magistrato, co-agente aggiuntoe,
-per il richiedente
Sig. N. P., avvocato, la Sig.ra A. M, avvocato, consigliere, la
Sig.ra G. P., avvocato, consigliere,.
La Corte ha sentito i Sigg. P. e Lettieri e la Sig.ra M nelle loro dichiarazioni, così come nelle loro risposte alle domandedella Corte.
IN FATTO
I. LE CIRCOSTANZE DELLO SPECIFICO
8. Il richiedente, nato nel 1940, è attualmente detenuto nel penitenziario di Parma.
9. Il 2 settembre 1999, al termine di una lite coi suoi due figli, il richiedente ha ucciso sua moglie e ha ferito uno dei suoi figli. Fu arrestato il 3 settembre.
10. Al termine dell’inchiesta, la procura di Roma chiese il rinvio del richiedente in giudizio per omicidio, tentato omicidio, maltrattamenti inflitti ai membri della sua famiglia e porto d’ arma proibita.
11. All’udienza del 18 febbraio 2000 dinnanzi al giudice dell’udienza preliminare (giudice dell’udienza preliminare-qui di seguito “il GUP”) di Roma, il richiedente chiese di essere giudicato secondo il procedimento secondo rito abbreviato, un passo semplificato che provoca, in caso di condanna, una riduzione della pena. Come in vigore in questa data, l’articolo 442 § 2 del codice di procedimento penale (“il CPP”) contemplava che, se il crimine commesso dall’imputato richiedeva l’ergastolo, l’interessato doveva essere condannato ad una pena di detenzione di trent’ anni (paragrafo 29 qui di seguito)
12. Il GUP accettò di applicare il procedimento secondo rito abbreviato. Altre udienze ebbero luogo il 22 settembre e il 24 novembre 2000. Questa ultima udienza cominciò alle 10 h 19.
13. Il 24 novembre 2000, il GUP emise un verdetto di colpevolezza contro il richiedente. Constatò che l’interessato doveva essere condannato all’ergastolo; però, in ragione dell’adozione del procedimento a rito abbreviato, fissò la pena a trent’ anni di detenzione.
14. Il 12 gennaio 2001, la procura generale presso la corte di appello di Roma ricorse in cassazione contro il giudizio del GUP di Roma del 24 novembre 2000. Affermò che il GUP avrebbe dovuto applicare l’articolo 7 del decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000, entrato in vigore il giorno stesso della pronunzia del giudizio di condanna. Dopo le modifiche introdotte dal Parlamento, questo decreto-legge era stato convertito nella legge no 4 del 19 gennaio 2001.
15. La procura osservò in particolare che l’articolo 7 precitato aveva modificato l’articolo 442 del CPP e contemplava che in caso di procedimento con rito abbreviato la reclusione all’ “ergastolo” doveva sostituire la reclusione all’ “ergastolo con isolamento diurno” quando c’era “concorso di violazioni” (concorso di reati) o “reato continuo” (reato continuato-paragrafo 31 qui di seguito). La mancata applicazione di questo testo da parte del GUP si analizzava in “un errore di dritto manifesto” (evidente errore di diritto).
16. Il 5 e il 22 febbraio 2001, il richiedente interpose appello. A titolo principale, chiese di essere prosciolto per mancanza dell’ elemento intenzionale nella sua condotta o per difetto di discernimento e di volontà (incapacità di intendere e di volere) al momento della commissione delle violazioni. A titolo accessorio, sollecitò una riduzione della pena.
17. Siccome c’erano due ricorsi dinnanzi a due giurisdizioni di grado differente, il ricorso in cassazione della procura fu trasformato in appello e la corte d’assise d ‘appello di Roma fu dichiarata competente per il seguito del procedimento (articolo 580 del CPP).
18. L’udienza in camera del consiglio dinnanzi alla corte d’assise d’ appello di Roma si tenne il 10 gennaio 2002. Il richiedente non era presente e fu giudicato in contumacia. Adduce che, in ragione delle sue difficoltà a camminare, aveva chiesto di essere condotto nella sala dell’ udienza tramite un’ambulanza o un altro veicolo adattato; essendo stata respinta questa richiesta dalla direzione del penitenziario, sarebbe stato privato della possibilità di partecipare al processo d’appello.
19. Con una sentenza del 10 gennaio 2002 il cui testo fu depositato alla cancelleria il 23 gennaio 2002, la corte d’assise d’appello condannò il richiedente all’ergastolo.
20. Osservò che prima dell’entrata in vigore del decreto-legge no 341 del 2000, l’articolo 442 § 2 del CPP era interpretati nel senso che l’ergastolo avrebbe dovuto essere sostituito da una pena di trent’anni di prigione, e questo a prescindere dalla possibilità di applicare l’isolamento diurno conformemente ad un concorso di reato. Seguendo questo approccio, il GUP aveva fissato la pena rispetto al reato più grave, senza dedicarsi alla questione di sapere se bisognasse ordinare l’isolamento diurno in ragione della constatazione di colpevolezza pronunciata per gli altri capi di accusa contro il richiedente.
21. Ora il decreto-legge no 341 del 2000 era entrato in vigore il giorno stesso della pronunzia del giudizio del GUP. Siccome si trattava di una regola di procedimento, si trovava ad applicare ad ogni processo in corso, secondo il principio tempus regit actum. La corte di appello ricordò peraltro che ai termini dell’articolo 8 di suddetto decreto-legge, il richiedente avrebbe potuto togliere la sua istanza di adozione del procedimento a rito abbreviato e avrebbe potuto farsi giudicare secondo il procedimento ordinario. Non avendo fatto il richiedente una simile scelta, la decisione di prima istanza avrebbe dovuto tenere conto della regolamentazione delle pene sopraggiunte nel frattempo.
22. Il 18 febbraio 2002, il richiedente ricorse in cassazione. Addusse, in primo luogo, che il processo d’appello doveva essere dichiarato nullo e non avvenuto perché non aveva avuto la possibilità di partecipare, in quanto imputato, all’udienza del 10 gennaio 2002. Nel secondo e terzo mezzo del suo ricorso, il richiedente affermò che i giudici del merito non avevano motivato debitamente l’esistenza del dolo trattandosi del reato di omicidio, né l’esistenza in lui discernimento e di volontà al momento della commissione dei fatti delittuosi. Infine, contestò una circostanza aggravante considerata a suo carico, di avere agito per ragioni futili, e si lamentò del rifiuto di concedergli delle circostanze attenuanti.
23. Il 31 luglio 2002, il richiedente presentò dei nuovi mezzi di ricorso. Addusse che avrebbe dovuto essere effettuata una nuova perizia che mirava a determinare il suo stato psichico al momento della commissione dei reati e sviluppò dei nuovi argomenti sulla questione delle circostanze aggravanti ed attenuanti. Sostenne infine che la pena giudicata applicabile al suo caso, ergastolo con isolamento, era eccessiva.
24. Con una sentenza depositata alla cancelleria il 20 gennaio 2003, la Corte di cassazione respinse il ricorso del richiedente.
25. Il 18 luglio 2003, il richiedente introdusse un ricorso straordinario per errore di fatto (articolo 625 bis del CPP). Addusse, in primo luogo, che l’affermazione delle giurisdizioni interne secondo la quale avrebbe potuto essere condotto all’udienza d’appello con un mezzo di trasporto ordinario, e non richiedeva un’ambulanza, era il risultato di una lettura erronea dei documenti della pratica. In più, la sua assenza a questa udienza in qualità di imputato si analizzava in una violazione dell’articolo 6 della Convenzione. Il richiedente addusse anche che la sua condanna all’ergastolo in seguito alle modifiche introdotte dal decreto-legge no 341 del 2000, e dunque tramite una disposizione penale retroattiva, si analizzava in una violazione dell’articolo 7 della Convenzione e dei principi del processo equo. Stimò che la rinuncia alle garanzie procedurali che aveva fatto chiedendo il procedimento con rito abbreviato non era stata compensata dalla riduzione di pena promessa dallo stato al momento di questa scelta. Infine, considerò che l’ergastolo era una pena disumana e degradante e dunque contraria all’articolo 3 della Convenzione.
26. Con una sentenza del 14 maggio 2004 il cui testo fu depositato alla cancelleria il 28 ottobre 2004, la Corte di cassazione dichiarò il ricorso straordinario del richiedente inammissibile. Osservò che l’interessato non denunciava degli errori di fatto commessi dalle giurisdizioni interne ma intendeva, essenzialmente , rimettere in questione la valutazione dei punti di diritto emanati dalla Corte di cassazione.
II. IL DIRITTO INTERNO PERTINENTE
A. Il procedimento con rito abbreviato
27. Il procedimento con rito abbreviato è regolato dagli articoli 438 e 441 a 443 del CPP. Si basa sull’ipotesi che la causa può essere decisa in stato (pronto stato degli atti) all’epoca dell’udienza preliminare. La richiesta può essere fatta, oralmente o per iscritto, finché le conclusioni non sono state presentate all’udienza preliminare. In caso di adozione del procedimento con rito abbreviato, l’udienza ha luogo in camera del consiglio ed è consacrata alle arringhe delle parti. In principio, le parti devono basarsi sui documenti che figurano nella pratica della procura, anche se, in via eccezionale, delle prove orali possono essere ammesse. Se il giudice decide di condannare l’imputato, la pena inflitta viene ridotta di uno terzo (articolo 442 § 2). Le disposizioni interne pertinenti sono descritte nella sentenza Hermi c. Italia ([GC], no 18114/02, §§ 27-28, CEDH 2006 -…).
28. La Corte ha dato anche un’idea delle disposizioni che regolano il procedimento con rito abbreviato nella sua sentenza Fera c. Italia (no 45057/98, 21 aprile 2005,). All’epoca dei fatti interessati dalla richiesta Fera, il procedimento con abbreviato non era ammesso per i crimini che provocano l’ergastolo. Difatti, con la sentenza no 176 del 23 aprile 1991, la Corte costituzionale aveva annullato la disposizione del CPP che contemplava questa possibilità, perché questa andava al di là della delegazione di poteri che il Parlamento aveva dato al Governo per l’adozione del nuovo CPP.
B. Le modifiche dell’articolo 442 del CPP con la legge no 479 del 16 dicembre 1999
29. Con la legge no 479 del 16 dicembre 1999, entrata in vigore il 2 gennaio 2000, il Parlamento ha reintrodotto la possibilità di fare beneficiare del procedimento con rito abbreviato all’imputato che incorre in una condanna all’ergastolo. L’articolo 30 di questa legge è formulato così:
Articolo 30
“Le seguenti modifiche sono introdotte all’articolo 442 del CPP:
(…)
b) al paragrafo 2, dopo la prima frase viene aggiunta [la seconda ed ultima frase] seguente: “L’ergastolo viene sostituita da una detenzione di trent’ anni. “
C. Il decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000
30. Il decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000, entrato in vigore lo stesso giorno e convertito nella legge no 4 del 19 gennaio 2001, mira a dare un’interpretazione autentica della seconda frase del paragrafo 2 dell’articolo 442 del CPP. Ha introdotto anche un terzo paragrafo a questa disposizione.
31. In suddetto decreto-legge figurano, sotto il capitolo intitolato “Interpretazione autentica dell’articolo 442 § 2 del CPP e disposizioni in materia di procedimento con rito abbreviato nei processi per i reati puniti con l’ergastolo”, gli articoli 7 e 8, così formulati:
Articolo 7
“1. All’articolo 442, paragrafo 2, [seconda e] ultima frase, del CPP, la porzione della frase “pena di all’ergastolo ” deve essere interpretata come facente riferimento all’ergastolo senza isolamento diurno.
2. All’articolo 442, paragrafo 2, del CPP viene aggiunta, alla fine, la seguente frase: “La pena all’ergastolo con isolamento diurno, nell’ipotesi di un concorso di reato o di un reato continuo, è sostituita dall’ergastolo. “
Articolo 8
“1. Nella cornice dei procedimenti penali pendenti in data dell’ entrata in vigore del presente decreto-legge, quando può essere fatta o quando è stata fatta applicazione dell’ergastolo con isolamento diurno, se il procedimento con rito abbreviato è stato chiesto, l’imputato può togliere la sua richiesta entro trenta giorni a contare dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge. In questa ipotesi, i perseguimenti riprendono secondo il procedimento ordinario nello stato in cui si trovavano nel momento in cui la richiesta è stata fatta. Gli atti di istruzione eventualmente compiuti possono essere utilizzati nei limiti stabiliti dall’articolo 511 del CPP.
2. Quando, in ragione di un ricorso del pubblico ministero, è possibile applicare le disposizioni che figurano all’articolo 7, l’imputato può togliere la richiesta di cui è questione al capoverso 1 entro trenta giorni a contare dal momento in cui ha avuto cognizione del ricorso del pubblico ministero o, se questo è stato fatto prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge, entro trenta giorni a contare da questa ultima data. Viene fatta applicazione delle disposizioni della seconda e terza frase del capoverso 1. ”
D. L’articolo 2 del codice penale
32. L’articolo 2 del codice penale (“il CP”) del 1930, intitolato “Successione delle leggi penali”, si legge come segue:
“1. Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge in vigore nel momento in cui è stato commesso, non era costitutivo di reato.
2. Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non è costitutivo di reato; se c’è stata condanna, la sua esecuzione ed i suoi effetti penali cessano.
3. Se la legge in vigore nel momento in cui il reato è stato commesso e queste [leggi] posteriori sono differenti, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli all’imputato, salvo se c’è stata pronunzia di un giudizio definitivo.
4. Le disposizioni di questi [due] capoversi che precedono non si applicano quando si tratta di leggi eccezionali e temporanee.
5. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche in caso di decadimento [decadenza] e di non-conversione di un decreto-legge e nell’ipotesi di un decreto-legge convertito in legge con modifiche. “
E. La pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale
33. Il decreto reale no 1252 del 7 giugno 1923 contempla che la Gazzetta ufficiale (Gazzetta ufficiale) viene pubblicata dal ministero di Giustizia. L’articolo 2 di questo testo si legge come segue:
“La pubblicazione avrà luogo tutti i giorni lavorativi nel corso del pomeriggio (nelle ora pomeridiane). “
34. Con la sentenza no 132 del 19 maggio 1976, la Corte costituzionale ha precisato che la pubblicazione di una legge sulla Gazzetta ufficiale era il “momento essenziale e decisivo” dei passi che miravano a fare conoscere un testo legislativo. Peraltro, l’espressione “pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale” presupponeva che questo ultimo fosse messo in circolazione e dunque accessibile al pubblico. La Corte costituzionale ha stimato in particolare che il termine “pubblicazione delle leggi “sulla” Gazzetta ufficiale poteva significare solamente perciò pubblicazione “della” Gazzetta ufficiale : a difetto si andrebbe contro il procedimento stesso della pubblicazione degli atti legislativi che, anche da un punto di vista storico, ha per scopo di creare una situazione obiettiva che permetta infatti ad ogni individuo di conoscere gli atti in questione (“situazione oggettiva di effettiva conoscibilità, da parte di tutti, degli atti medesimi. “)
III. TESTI E DOCUMENTI INTERNAZIONALI
A. Il Patto delle Nazioni Unite relativo ai diritti civili e politici
35. L’articolo 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione 2200 A (XXI) del 16 dicembre 1966 ed entrato in vigore il 23 marzo 1976, è formulato così:
“1. Nessuno sarà condannato per azioni od omissioni che non costituivano un atto delittuoso secondo il diritto nazionale o internazionale nel momento in cui sono state commesse. Parimenti, non sarà inflitta nessuna pena più forte di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso. Se, dopo questo reato, la legge contempla l’applicazione di una pena più leggera, il delinquente deve beneficiarne.
2. Niente nel presente articolo si oppone al giudizio o alla condanna di ogni individuo in ragione di atti od omissioni che, nel momento in cui sono stati commessi, erano ritenuti per criminali, secondo i principi generali di diritto riconosciuto dall’insieme delle nazioni. “
B. La Convenzione americana relativa ai diritti dell’uomo
36. L’articolo 9 della Convenzione americana relativa ai diritti dell’uomo, adottata il 22 novembre 1969 alla Conferenza specializzata interamericana sui diritti dell’uomo ed entrata in vigore il 18 luglio 1978, si legge come segue:
“Nessuno può essere condannato per un’azione od omissione che non costituiva, nel momento in cui ha avuto luogo, un reato secondo il diritto applicabile. Parimenti, non può essere inflitta nessuna pena più forte di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso. Se dopo la data del reato viene decretata una pena più leggera dalla legge, questa retroagirà a favore del delinquente. “
C. La Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea e la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee
37. All’epoca del Consiglio europeo di Nizza del 7 dicembre 2000, la Commissione europea, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’unione europea ha proclamato la Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea. L’articolo 49 di questo testo, intitolato “Principi di legalità e di proporzionalità dei reati e delle pene”, è redatto nel seguente modo:
“1. Nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva un reato secondo il diritto nazionale o il diritto internazionale. Parimenti, non viene inflitta nessuna pena più forte di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso. Se, dopo questo reato, la legge contempla una pena più leggera, questa deve essere applicata.
2. Il presente articolo non reca offesa al giudizio ed alla punizione di una persona colpevole di un’azione o di un’omissione che, nel momento in cui è stata commessa, era criminale secondo i principi generali riconosciuti dall’insieme delle nazioni.
3. L’intensità delle pene non deve essere sproporzionata rispetto al reato. “
38. Nella causa Berlusconi ed altri, la Corte di giustizia delle Comunità europee ha stimato che il principio dell’applicazione retroattiva della pena più leggera faceva parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri (vedere la sentenza del 3 maggio 2005 resa nelle cause unite C-387/02, C-391/02 e C-403/02,). I passaggi pertinenti di questa sentenza (§§ 66-69) si leggono così:
“66. Astrazione fatta dell’applicabilità dell’articolo 6 delle prime direttiva società a difetto di pubblicità dei conti annui, conviene osservare che, in virtù dell’articolo 2 del codice penale italiano che decreta il principio dell’applicazione retroattiva della pena più leggera, i nuovi articoli 2621 e 2622 del codice civile italiano dovrebbero essere applicati anche se sono entrati in vigore solo dopo che gli atti all’origine dei perseguimenti impegnati nelle cause al principale sono stati commessi.
67. A questo riguardo, c’è luogo di ricordare che, secondo una giurisprudenza consolidata, i diritti fondamentali fanno parte integrante dei principi generali del diritto di cui la Corte garantisce il rispetto. A questo effetto, questa ultima si ispira alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri così come alle indicazioni fornite dagli strumenti internazionali concernenti la protezione dei diritti dell’uomo ai quali gli Stati membri hanno cooperato o aderito (vedere, in particolare, sentenze del 12 giugno 2003, Schmidberger, C-112/00, Rec. p. I-5659, punto 71 e giurisprudenza citata, e del 10 luglio 2003, Booker Aquaculture et Hydro Seafood, C-20/00 e C-64/00, Rec. p. I-7411, punto 65 e giurisprudenza citata).
68. Ora, il principio dell’applicazione retroattiva della pena più leggera fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
69. Ne deriva che questo principio deve essere considerato come facente parte dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve rispettare quando applica il diritto nazionale adottato per mettere in opera il diritto comunitario e, nell’occorrenza, più in particolare, le direttive sul diritto delle società. “
39. I principi affermati dalla Corte di giustizia sono stati ripresi da una sentenza della Camera criminale della Corte di cassazione francese resa il 19 settembre 2007 (rigetto di ricorso no 06-85899). I passaggi pertinenti di questa sentenza si leggono come segue:
” allora (…)ed ad ogni modo che i principi generali del diritto comunitario premiano il diritto nazionale; che, in una sentenza in data del 3 maggio 2005, la Corte di giustizia delle Comunità europee ha ricordato che il principio dell’applicazione retroattiva della pena più leggera fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e che ne deriva che questo principio deve essere considerato come facente parte dei principi generali del diritto comunitario che il giudice nazionale deve rispettare quando applica il diritto nazionale adottato per mettere in opera il diritto comunitario (punti 68 e 69 della sentenza del 3 maggio 2005); che nello specifico, di conseguenza, è in violazione di questo principio superiore alla legge nazionale che la corte di Parigi ha pronunciato una condanna contro [l’imputato] sul fondamento di una legge nazionale adottata per mettere in opera il diritto comunitario e che ha allontanato illegalmente il principio della retroattività della legge penale più dolce;
allora (…) che l’articolo 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici dispone senza contemplare nessuna eccezione che se, dopo la commissione di un reato, la legge contempla l’applicazione di una pena più leggera, il delinquente deve beneficiarne; che questo testo premia la legge nazionale in virtù dell’articolo 55 della Costituzione del 4 ottobre 1958; che ne segue che la corte di Parigi non poteva allontanare la nuova legge più dolce per il solo motivo che questa legge aveva escluso espressamente ogni carattere retroattivo in violazione del principio posto dal testo sopracitato. (…). ”
D. Lo statuto della Corte penale internazionale
40. Ai termini dell’articolo 24 § 2 dello statuto della Corte penale internazionale,
“Se il diritto applicabile ad una causa viene modificato prima del giudizio definitivo, è il diritto più favorevole alla persona che è oggetto di un’inchiesta, di perseguimenti o di una condanna che si applica. “
E. La giurisprudenza del Tribunale penale internazionale incaricato di perseguire le persone presunte responsabili di reati gravi del diritto internazionale umanitario commesso sul territorio dell’ex-Iugoslavia dal 1991 (“il TPIY”)
41. Con una sentenza del 4 febbraio 2005, resa nella causa Dragan Nikolic, no IT-94-2-a, la camera d’appello del TPIY ha stimato che il principio dell’applicabilità della legge penale più dolce (lex mitior) si trova ad applicare al suo statuto. Le parti pertinenti di questa sentenza (§§ 79-86) si leggono come segue:
“79. La Camera di prima istanza ha da prima esaminato se il principio del lex mitior fosse applicabile nella ex-Iugoslavia, se facesse parte del diritto del Tribunale internazionale e se si potesse applicare nello specifico.
80. Nel giudizio che porta alla condanna, la controversia porta sulla seguente conclusione: il principio della lex mitior si applica solamente alle cause in cui il reato è stato commesso e la pena è stata inflitta nella cornice di un stesso sistema di diritto, e non si applica al Tribunale internazionale nella misura in cui si inserisce in un altro sistema di diritto diverso da quello in cui il crimine è stato commesso. La Camera di appello fa notare che la questione dell’applicabilità di questo principio non è una questione di sistema di diritto, ma è legata a quella di sapere se, in materia di pena, delle leggi penali differenti possono essere applicate al Tribunale internazionale.
81. Sembra che il principio del lex mitior significhi che se la regola di diritto applicabile al reato commesso dall’imputato è stata rivista, è la legge più dolce che si applica. La regola di diritto applicabile deve avere imperativamente forza obbligatoria; è questo un elemento inerente a questo principio. Gli imputati possono beneficiare di una pena più leggera solo se la regola di diritto ha forza obbligatoria poiché hanno un interesse giuridico protetto solo se la forchetta delle pene deve essere applicata a loro. Quindi, il principio del lex mitior è applicabile solamente se la regola di diritto che lega il Tribunale internazionale è sostituita ulteriormente da un’altra più favorevole che ha anche forza obbligatoria.
82. Il Tribunale internazionale è legato manifestamente dal suo Statuto ed dal suo Ordinamento e può dunque pronunciare una pena di detenzione che può andare fino all’ergastolo, come viene detto all’articolo 101 A, dell’Ordinamento ed all’articolo 24 1) dello Statuto. La Camera di appello fa notare che nessuna modifica è stata portata alle regole che governano la determinazione delle pene da parte del Tribunale internazionale.
83. Nell’ex-Iugoslavia, il ricorrente sarebbe stato condannato solamente ad una pena di detenzione di una durata determinata. La Camera di appello ricorda che dalla creazione del Tribunale internazionale, un imputato tradotto dinnanzi a lui incorre in una pena che può andare fino all’ergastolo.
84. La Camera di appello ricorda che ha concluso al primato del Tribunale internazionale e ha stimato precedentemente che questo non era legato dalle regole di diritto o dalla griglia delle pene applicate nella ex-Iugoslavia. È tenuto solamente a prenderle in conto. Autorizzare l’applicazione del principio della lex mitior al Tribunale internazionale in seguito ad una revisione delle leggi dell’ex-Iugoslavia implicherebbe che gli Stati dell’ex-Iugoslavia potrebbero rimettere in causa il potere di valutazione che viene riconosciuto ai giudici del Tribunale internazionale in materia di pena. Adottando una nuova legge nazionale che riduce le pene massime contemplate per i crimini riguardati negli articoli 2 a 5 dello Statuto, degli Stati potrebbero impedire al Tribunale di infliggere le pene che si impongono ai loro cittadini, il che non quadrerebbe col primato del Tribunale internazionale consacrato dall’articolo 9 2) dello Statuto e dalla missione generale che gli è affidata.
85. In breve, il principio della lex mitior, se viene interpretato correttamente, si applca allo Statuto del Tribunale internazionale. Perciò, se i poteri conferiti dallo Statuto in materia di pena venissero modificati, il Tribunale internazionale sarebbe tenuto allora ad applicare la pena meno severa. Per ciò che riguarda l’articolo 24 1) dello Statuto che dispone che “la Camera di prima istanza ha ricorso alla griglia generale delle pene di detenzione applicata dai tribunali dell’ex-Iugoslavia”, deve essere interpretato secondo gli stessi principi del resto dello Statuto di cui fa parte integrante. Così interpretato, questo articolo rinvia all’insieme delle leggi applicabili nella ex-Iugoslavia all’epoca dei fatti, astrazione fatta dei cambiamenti intervenuti ulteriormente.
86. Per questi motivi, il quinto mezzo di appello viene respinto. “
IN DIRITTO
I. OGGETTO DELLA CONTROVERSIA E QUESTIONI PRELIMINARI SOLLEVATE DAL GOVERNO
A. Sulla questione di sapere se la Corte può esaminare anche la causa sotto l’angolo dell’articolo 6 della Convenzione
1. La questione sollevata dal Governo
42. A titolo preliminare, il Governo contesta la decisione del 13 maggio 2008 con la quale la seconda sezione della Corte ha dichiarato ammissibile il motivo di appello derivato dall’articolo 6 della Convenzione. Osserva che, precedentemente, nella sua decisione parziale dell’ 8 settembre 2005, la terza sezione della Corte aveva tra l’altro respinto un motivo di appello simile a quello esaminato sotto l’angolo di questa disposizione. Nelle sue parti pertinenti, il ragionamento della terza sezione si legge come segue:
“Il richiedente adduce poi una doppia violazione dell’articolo 6 della Convenzione. [Egli] sostiene che il procedimento è stato iniquo perché è stato condannato secondo il procedimento con rito abbreviato ed in contumacia.
Per ciò che riguarda il primo ramo del motivo di appello, nota che la scelta del procedimento con rito abbreviato aveva compreso la rinuncia a certi diritti garantiti dall’articolo 6. Aggiunge che la sua rinuncia non è stata volontaria, ma è stata solamente la conseguenza di un accordo concluso in vista di una riduzione della pena. Secondo lui, lo stato convenuto-condannato a più riprese dalla Corte europea per durata eccessiva di procedimento-avrebbe instaurato un sistema che mira a ricompensare gli imputati che rinunciano alle garanzie fondamentali piuttosto che procedere ad una riorganizzazione della giustizia.
La Corte nota che è il richiedente stesso che ha chiesto l’applicazione del procedimento con rito abbreviato. Se è vero che la scelta del procedimento con rito abbreviato renda più fragili le garanzie procedurali, non da meno il richiedente può rinunciare alle garanzie del procedimento ordinario purché la sua rinuncia non sia equivoca e le questioni di interesse pubblico non si oppongano a simile rinuncia (Kwiatkowska c. Italia (dec.), no 52868/99, 30 novembre 2000).
Ora il richiedente era probabilmente in grado di conoscere le conseguenze derivanti della sua richiesta di applicazione del procedimento con rito abbreviato e ha rinunciato senza equivoco ai diritti garantiti dal procedimento ordinario. La possibilità di beneficiare di una riduzione di pena non potrebbe portare la Corte a concludere che il richiedente è stato costretto a chiedere l’applicazione del procedimento abbreviato. Del resto, l’articolo 8 del decreto-legge del 2000 gli aveva accordato nello specifico la possibilità di ritornare sulla sua decisione di rinunciare al procedimento ordinario. Infine, nessuno motivo di interesse pubblico si opponeva a simile rinuncia.
La Corte arriva dunque alla conclusione che questo ramo del motivo di appello non è fondato. (…). “
43. Allo stesso tempo, la terza sezione aveva deciso di portare il motivo di appello derivato dalla condanna del richiedente all’ergastolo a cognizione del Governo, ponendogli una domanda in quanto al rispetto dei principi garantiti dall’articolo 7 della Convenzione (“Il richiedente si è visto infliggere, in violazione dell’articolo 7 della Convenzione, una pena più forte di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso? “). Il dispositivo della decisione parziale dell’ 8 settembre 2005 si legge come segue:
“Per questi motivi, la Corte, all’unanimità,
Rinvia l’esame del motivo di appello del richiedente derivato dall’articolo 7 della Convenzione;
Dichiara la richiesta inammissibile per il surplus.”
44. Però, nella sua decisione finale sull’ammissibilità del 13 maggio 2008, la seconda sezione ha precisato:
“La Corte nota innanzitutto che le lamentele del richiedente non riguardano esclusivamente la violazione addotta del principio nulla poena sine lege, come consacrato dall’articolo 7 della Convenzione, ma anche la questione di sapere se le disposizioni introdotte dal decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000 hanno recato offesa ai principi del processo equo come garantiti dall’articolo 6 § 1 della Convenzione. (…)
La Corte stima, alla luce dell’insieme degli argomenti delle parti, che questi motivi di appello pongono delle serie questioni di fatto e di diritto che non possono essere decise a questo stadio dell’esame della richiesta, ma necessitano un esame al merito; ne segue che questi motivi di appello non potrebbero essere dichiarati manifestamente mal fondati, ai sensi dell’articolo 35 § 3 della Convenzione. Nessun altro motivo di inammissibilità è stato rilevato. “
45. Secondo il Governo, le due decisioni precitate sono in contraddizione una con l’altra: il motivo di appello derivato dall’articolo 6 e relativo al fatto che il richiedente era stato condannato secondo il procedimento abbreviato è stato allontanato da una decisione che non poteva essere oggetto di nessuno ricorso, il che si concilia male con l’intenzione della Corte di dedicarsi “alla questione di sapere se le disposizioni introdotte dal decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000 hanno recato offesa ai principi del processo equo.” In più, prima della dichiarazione di ammissibilità, nessuna questione specifica riguardante il rispetto dell’articolo 6 della Convenzione era stata posta dalla cancelleria della Corte al Governo, il che aveva impedito questo ultimo dal presentare delle osservazioni dettagliate sull’ammissibilità ed il merito del motivo di appello in questione.
46. Alla luce di ciò che precede, il Governo stima che il risvolto relativo all’articolo 6 della Convenzione non può essere oggetto di un esame al merito.
2. La risposta del richiedente
47. Il richiedente si oppone alla tesi del Governo. Osserva che la Corte è padrona della qualifica giuridica dei fatti e può decidere di esaminare le lamentele che le vengono sottoposte sotto l’angolo di parecchie disposizioni della Convenzione.
3. La valutazione della Corte
48. La Grande Camera ricorda innanzitutto che la superficie della sua giurisdizione nelle cause che le vengono sottoposte si trova delimitata solamente dalla decisione della camera sull’ammissibilità della richiesta (Perna c. Italia [GC], no 48898/99, § 23, CEDH 2003-V, ed Azinas c. Cipro [GC], no 56679/00, § 32, CEDH 2004-III). All’interno della cornice così tracciata, la Grande Camera può trattare ogni questione di fatto o di diritto che sorge durante l’istanza impegnata dinnanzi a lei (vedere, tra molte altre, Philis c. Grecia (no 1), 27 agosto 1991, § 56, serie A no 209, e Guerra ed altri c. Italia, 19 febbraio 1998, § 44 in fine, Raccolta delle sentenze e decisioni 1998-I).
49. Ora, nella sua decisione parziale dell’ 8 settembre 2005 sull’ammissibilità della richiesta, la terza sezione della Corte ha dichiarato inammissibili tre motivi di appello tratti dall’articolo 6 della Convenzione e relativi in particolare a:
a) l’impossibilità per il richiedente di incontrare il suo avvocato nei locali contemplati a questo fine;
b) la circostanza che il richiedente non aveva potuto partecipare all’udienza di appello;
c) l’affermazione del richiedente secondo la quale la sua scelta del procedimento abbreviato che provocava una rinuncia a certi diritti procedurali, non era stata volontaria.
50. La Grande Camera osserva che nessuno di questi motivi di appello è stato dichiarato ammissibile in seguito e che i timori del Governo sono a questo riguardo privi di fondamento. Questi aspetti del diritto del richiedente ad un processo equo non fanno parte dunque della “causa” che le viene sottoposta.
51. Conviene però notare che la decisione parziale dell’ 8 settembre 2005 menzionava anche un quarto motivo di appello derivato dall’articolo 6, concernente la condanna del richiedente all’ergastolo . La terza sezione della Corte aveva stimato che questo motivo di appello “si confonde[va] con quello che prevede l’articolo 7 della Convenzione e dove[va] dunque essere esaminato sotto l’angolo di questo ultimo.”
52. Allo stadio della comunicazione della richiesta, le parti sono state dunque invitate a presentare delle osservazioni sulla questione di sapere se la condanna all’ergastolo del richiedente aveva infranto l’articolo 7 della Convenzione. Ora, nelle sue osservazioni in risposta a quelle del Governo, il richiedente ha sviluppato ulteriormente i suoi argomenti relativi alla violazione dei principi del processo equo. Ha addotto in particolare che nel momento in cui aveva optato per il procedimento abbreviato, aveva concluso con lo stato un accordo con cui rinunciava ad una parte delle sue garanzie procedurali in scambio, in caso di condanna, della sostituzione della pena all’ergastolo con una condanna a trent’ anni di detenzione. La mancata osservanza da pare dello stato di questo accordo era secondo lui incompatibile con l’articolo 6 della Convenzione.
53. La Corte ricorda che ai termini dell’articolo 32 della Convenzione, la sua competenza si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli che le verranno sottoposte nelle condizioni previste dagli articoli 33, 34 e 47″ e che “in caso di contestazione sul punto di sapere se la Corte è competente, la Corte decide.”
54. Padrona della qualifica giuridica dei fatti della causa, la Corte non si considera come legata da quella che assegnano loro i richiedenti o i governi. In virtù del principio jura novit curia, ha esaminato d’ufficio più di un motivo di appello sotto l’angolo di un articolo o di un paragrafo non invocati dalle parti per esempio, ed anche di una clausola che la Commissione aveva dichiarato inammissibile pure considerandola sul terreno di un’altro. Un motivo di appello si distingue per i fatti che denuncia e non coi semplici mezzi o argomenti di diritto invocato (Powell e Rayner c. Regno Unito, 21 febbraio 1990, § 29, serie A no 172, e Guerra ed altri, precitata, § 44).
55. Ne segue che stimando che fosse opportuno esaminare se le disposizioni introdotte dal decreto-legge no 341 del 24 novembre 2000 avevano “recato offesa anche ai principi del processo equo come garantiti dall’articolo 6 § 1 della Convenzione”, la seconda sezione della Corte si è limitata a fare uso del suo diritto di qualificare il motivo di appello del richiedente e di esaminarlo sotto l’angolo di parecchie disposizioni della Convenzione. Tale riqualificazione che ha tenuto conto, tra l’altro, dei nuovi argomenti del richiedente, non potrebbe essere considerata come arbitrarietà. In più, dato che il motivo di appello derivato dalla condanna del richiedente all’ergastolo non è mai stato allontanato, non si scontra con il principio secondo il quale la decisione di dichiarare un motivo di appello inammissibile è definitiva e non può essere oggetto di nessuno ricorso.
56. Per ciò che riguarda, infine, l’argomento del Governo secondo cui ci sarebbe stata violazione del carattere contraddittorio del procedimento dinnanzi alla Corte (paragrafo 45 sopra) conviene notare che le osservazioni del richiedente e la decisione finale sull’ammissibilità sono state comunicate al Governo. Questo ultimo ha avuto dunque, dinnanzi alla Grande Camera, l’opportunità di presentare ogni argomento che tendeva a sostenere che il motivo di appello derivato dall’articolo 6 era inammissibile o mal fondato. A questo riguardo, la Grande Camera ricorda che dopo la decisione della camera che dichiara un motivo di appello ammissibile può anche, all’occorrenza, esaminare delle questioni relative all’ammissibilità di questo, per esempio in virtù dell’articolo 35 § 4 in finei della Convenzione che abilita la Corte a “rigetta[re] ogni richiesta che considera come inammissibile ad ogni stadio del procedimento”, o quando queste questioni sono state unite al merito o ancora quando presentano un interesse allo stadio dell’esame al merito (K. e T. c. Finlandia [GC], no 25702/94, §§ 140-141, CEDH 2001-VII, e Perna, precitata, §§ 23-24). Così, anche allo stadio dell’esame al merito, sotto riserva di ciò che è contemplato all’articolo 55 dell’ordinamento della Corte, la Grande Camera può ritornare sulla decisione con la quale la richiesta è stata dichiarata ammissibile quando constata che questa sarebbe dovuto essere considerata come inammissibile per una delle ragioni enumerate ai capoversi 1 a 3 dell’articolo 35 della Convenzione (Azinas, precitata, § 32).
57. Ne segue che niente si oppone al fatto che la Grande Camera esamini la causa che le viene sottoposta anche sotto l’angolo dell’articolo 6 della Convenzione. C’è luogo dunque di allontanare l’eccezione sollevata dal Governo.
B. Sulla questione di sapere se la seconda sezione della Corte potesse disfarsi al profitto della Grande Camera
58. Il Governo considera anche che l’intenzione espressa il 13 maggio 2008 dalla seconda sezione della Corte di disfarsi a profitto della Grande Camera si concilia male con l’adozione di una decisione finale sull’ammissibilità. In più, questa ultima decisione sarebbe in contraddizione con la decisione parziale e di natura tale da “pregiudicare la valutazione che la formazione suprema della Corte [potrebbe] portare sulla causa.”
59. La Corte ricorda che ai termini dell’articolo 30 della Convenzione, “se la causa pendente dinnanzi ad una camera solleva una questione grave relativa all’interpretazione della Convenzione la camera può, finché non ha reso la sua sentenza, disfarsi a profitto della Grande Camera”. Ora, quando ha espresso la sua intenzione di disfarsi, la seconda sezione della Corte non aveva reso alcuna sentenza nella presente richiesta. In più, non appartiene alla Grande Camera ritornare sulla questione di sapere se la causa sollevava una “questione grave relativa all’interpretazione della Convenzione.” Si comprende del resto, male come la decisione di dichiarare la richiesta ammissibile potrebbe “pregiudicare a priori la valutazione” della Grande Camera. A questo riguardo, conviene ricordare che, come sottolineato più sopra, questa ultima può esaminare delle questioni relative all’ammissibilità dei motivi di appello che le vengono sottoposti (paragrafo 56 sopra). Infine, se fosse del parere che la proposta di privazione non era corretta, il Governo avrebbe potuto opporvisi in virtù dell’articolo 30 in fine della Convenzione. Ora, dopo avere formulato tale opposizione, il Governo l’ha tolta di sua spontanea volontà (paragrafo 4 in fine sopra).
60. Alla luce di ciò che precede, la Corte stima che le decisioni della seconda sezione di dichiarare la richiesta ammissibile e di disfarsi a favore della Grande Camera sono state adottate conformemente alla Convenzione ed al suo ordinamento e non pregiudicano per niente l’esame ulteriore della causa.
II. SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL’ARTICOLO 7 DELLA CONVENZIONE
61. Il richiedente stima che la sua condanna alla’ergastolo ha violato l’articolo 7 della Convenzione.
Questa disposizione si legge così:
“1. Nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva un reato secondo il diritto nazionale o internazionale. Parimenti non viene inflitta nessuna pena più forte di quella che era applicabile nel momento in cui il reato è stato commesso.
2. Il presente articolo non recherà offesa al giudizio ed alla punizione di una persona colpevole di un’azione o di un’omissione che, nel momento in cui è stata commessa, era criminale secondo i principi generali di diritto riconosciuto dalle nazioni civilizzate. “
A. L’eccezione di non-esaurimento delle vie di ricorso interne formulata dal Governo
62. Il Governo reitera l’eccezione di non-esaurimento delle vie di ricorso interne che aveva sollevato dinnanzi alla camera. Adduce che dinnanzi alla Corte di cassazione, il richiedente non ha invocato il principio di non-retroattività della legge penale, ma si è limitato ad affermare che la pena applicabile ai reati che gli venivano rimproverati non era l’ergastolo.
1. Decisione della camera
63. Nella sua decisione finale del 13 maggio 2008 sull’ammissibilità della richiesta, la seconda sezione della Corte ha respinto l’eccezione preliminare del Governo, osservando che nel suo ricorso in cassazione il richiedente aveva sostenuto che la sanzione dell’ergastolo non poteva essergli inflitta; in più, nel suo ricorso straordinario per errore di fatto, aveva addotto che questa condanna violava gli articoli 6 e 7 della Convenzione. Alla luce di queste considerazioni, la camera ha concluso che il richiedente aveva sollevato dinnanzi alla Corte di cassazione, almeno in sostanza, i motivi di appello che intendeva formulare in seguito a livello internazionale, e che aveva fatto un uso normale dei ricorsi che gli erano sembrati efficaci.
2. Argomenti delle parti
a) Il Governo
64. Il Governo osserva in primo luogo che, nella sua decisione parziale dell’ 8 settembre 2005 sull’ammissibilità della richiesta, la terza sezione, riassumendo gli argomenti del richiedente in quanto alla violazione addotta dell’articolo 7 della Convenzione, si era espressa come segue:
“Dopo avere affermato che nello specifico la procura non ha potuto neanche interporre appello perché l’articolo 443 del codice di procedimento penale dà questa possibilità solo in seguito ad una condanna da parte del giudice delle investigazioni preliminari dopo cambiamento del capo di accusa, il richiedente-che non ha presentato alcun mezzo di cassazione su questo punto nel suo ricorso contro la sentenza della corte d’assise di appello-nota che è stato condannato alla fine ad una pena che non era contemplata nel momento in cui ha accettato di essere giudicato secondo il procedimento abbreviato. “
65. Secondo il Governo, si vede male come il richiedente abbia potuto sollevare “almeno in sostanza” il suo motivo di appello derivato dall’articolo 7 se non ha presentato dei mezzi di cassazione sulla questione dell’inflizione di una pena più pesante di quella contemplata nel momento in cui aveva accettato di essere giudicato secondo il procedimento abbreviato. Allontanando l’eccezione di non-esaurimento, la seconda sezione avrebbe dunque contraddetto la constatazione che la terza sezione aveva fatto nella sua decisione parziale.
66. In più, gli argomenti invocati dal richiedente dinnanzi alla Corte di cassazione avevano fatto riferimento alla natura dei fatti che gli venivano rimproverati, alle modalità di commissione dei reati, alle circostanze aggravanti o attenuanti, al suo stato di salute fisica e psichica. Si trattava dunque presumibilmente di elementi totalmente privi di legame con l’applicazione “ingiusta” del decreto-legge no 341 del 2000. Ne va parimenti per ciò che riguarda il ricorso straordinario per errore di fatto introdotto dal richiedente che riguardava, essenzialmente, la pretesa illegittimità della decisione giudicandolo in contumacia in appello. Il richiedente ha trascurato invece di invocare dinnanzi all’alta giurisdizione italiana l’articolo 2 § 3 del CP, ai termini del quale, se la legge in vigore nel momento in cui il reato è stato commesso e le leggi posteriori sono differenti, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli all’imputato (paragrafo 32 sopra).
b,)Il richiedente
67. Il richiedente segna il suo accordo con la decisione della camera.
3. Valutazione della Corte
a) Principi generali
68. La Corte ricorda che la regola dell’esaurimento delle vie di ricorso interne mira a predisporre per gli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di risanare le violazioni addotte contro loro prima che queste affermazioni non le vengano sottoposte (vedere, tra molte altri, Remli c. Francia, 23 aprile 1996, § 33, Raccolta 1996-II, e Selmouni c. Francia [GC], no 25803/94, § 74, CEDH 1999-V). Questa regola si basa sull’ipotesi, oggetto dell’articolo 13 della Convenzione -e con cui presenta delle strette affinità-, che l’ordine interno offre un ricorso effettivo in quanto alla violazione addotta (Kudła c. Polonia [GC], no 30210/96, § 152, CEDH 2000-XI). Quindi, costituisce un aspetto importante del principio che vuole che il meccanismo di salvaguardia instaurato dalla Convenzione rivesta un carattere accessorio rispetto ai sistemi nazionali di garanzia dei diritti dell’uomo (Akdivar ed altri c. Turchia, 16 settembre 1996, § 65, Raccolta 1996-IV).
69. La regola dell’esaurimento delle vie di ricorso interne si deve applicare con una certa flessibilità e senza formalismo eccessivo. Allo stesso tempo, obbliga, in principio, a sollevare dinnanzi alle giurisdizioni nazionali adeguate, almeno in sostanza, nelle forme e nei termini prescritti dal diritto interno, i motivi di appello che si intende formulare a livello internazionale in seguito (vedere, tra molte altre, Fressoz e Roire c. Francia [GC], no 29183/95, § 37, CEDH 1999-I, ed Azinas, precitato, § 38).
70. Però, l’obbligo derivante dall’articolo 35 si limita a quello di fare verosimilmente un uso normale dei ricorsi effettivi, sufficienti ed accessibili (Sofri ed altri c. Italia,( dec.), no 37235/97, CEDH 2003-VIII). In particolare, la Convenzione prescrive l’esaurimento solo dei ricorsi al tempo stesso relativi alle violazioni incriminate, disponibili ed adeguati. Devono esistere non solo ad un grado sufficiente di certezza in teoria ma anche in pratica, manca a loro altrimenti l’effettività e l’accessibilità voluta (Dalia c. Francia, 19 febbraio 1998, § 38, Raccolta 1998-I). In più, secondo i “principi di diritto internazionali generalmente riconosciuti”, certe circostanze particolari possono dispensare il richiedente dall’obbligo di esaurire le vie di ricorso interne che si offrono a lui (Aksoy c. Turchia, 18 dicembre 1996, § 52, Raccolta 1996-VI. Tuttavia). Tuttavia il semplice fatto di nutrire dei dubbi in quanto alle prospettive di successo di un dato ricorso che non è destinato al fallimento evidentemente, non costituisce una ragione valida per giustificare la non-utilizzazione di ricorsi interni (Brusco c. Italia, (dec.), no 69789/01, CEDH 2001-IX, e Sardinas Albo c. Italia, (dec.), no 56271/00, CEDH 2004-I).
71. Infine, l’articolo 35 § 1 della Convenzione contempla una ripartizione del carico della prova. Per ciò che riguarda il Governo, quando eccepisce del non-esaurimento, deve convincere la Corte che il ricorso era effettivo e disponibile tanto in teoria che in pratica all’epoca dei fatti, cioè che era accessibile, era suscettibile di offrire al richiedente la correzione dei suoi motivi di appello e presentava delle prospettive ragionevoli di successo (Akdivar ed altri, precitata, § 68, e Sejdovic c. Italia [GC], no 56581/00, § 46, CEDH 2006-II).
b) Applicazione di questi principi al caso di specifico
72. La Corte rileva innanzitutto che, contrariamente a ciò che il Governo ha sostenuto (paragrafi 64-65 sopra) nella sua decisione parziale sull’ammissibilità della richiesta, la terza sezione non ha giudicato a priori la questione di sapere se c’era stato esaurimento delle vie di ricorso interne. Si è limitata difatti, nell’esposizione degli argomenti del richiedente sotto l’angolo dell’articolo 7 della Convenzione, a fare una breve osservazione relativa alla mancanza di mezzo di ricorso su un punto specifico. Conviene anche notare che ha in fatto deciso di portare questo motivo di appello a cognizione del Governo. Questa decisione si concilia male con la tesi del Governo secondo la quale questo motivo di appello sarebbe da respingere per mancata osservanza degli obblighi derivanti dall’articolo 35 § 1 della Convenzione.
73. In quanto alla questione di sapere se c’è stato esaurimento, la Corte osserva che, nel suo appello contro la sua condanna in prima istanza, il richiedente ha chiesto a titolo principale di essere prosciolto per mancanza di elemento intenzionale nella sua condotta o per difetto di discernimento e di volontà al momento della commissione dei reati. A titolo accessorio, ha sollecitato una riduzione della pena (paragrafo 16 sopra). Nel suo ricorso in cassazione, si è lamentato di essere stato condannato in contumacia, ha reiterato i suoi argomenti concernenti la mancanza di dolo ed il suo stato mentale, ha contestato una circostanza aggravante e chiesto la concessione delle circostanze attenuanti (paragrafi 22-23 sopra).
74. Agli occhi della Corte, il richiedente ha esposto, nelle forme previste dal diritto italiano, dei mezzi che mirano a sostenere, tra l’altro, che la pena che gli era stata inflitta era eccessiva. Non ha contestato invece, nel suo appello o nel suo ricorso in cassazione, l’applicazione presumibilmente retroattiva del decreto-legge no 341 del 2000. Il Governo lo sottolinea a buon diritto (paragrafo 66 sopra). È vero che gli argomenti che mirano a sostenere che l’applicazione a suo scapito di suddetto decreto-legge violava gli articoli 6 e 7 della Convenzione sono stati presentati dall’interessato nella cornice del suo ricorso straordinario per errore di fatto (paragrafo 25 sopra); non da meno quest’ultimo è una via di ricorso che mira ad ottenere, in via eccezionale, la riapertura di un procedimento finito con una decisione che ha acquisito forza di cosa giudicata in virtù di un errore manifesto di fatto commesso dalla Corte di cassazione. Non era di natura tale dunque da ovviare ai motivi di appello del richiedente fondati sull’incompatibilità tra le disposizioni del decreto-legge no 341 di 2000 ed i suoi diritti convenzionali (vedere, mutatis mutandis, Çinar c. Turchia, (dec.), no 28602/95, 13 novembre 2003).
75. Resta da verificare, però, se degli eventuali mezzi di appello o di cassazione che il richiedente avrebbe potuto formulare presumibilmente in quanto all’applicazione retroattiva della sanzione all’ergastolo e alle sue ripercussioni negative sull’equità del procedimento avevano delle probabilità di successo. A questo riguardo, il decreto-legge no 341 del 2000 aveva forza di legge nel sistema giuridico italiano e si supponeva che i giudici di appello e di cassazione lo applicassero ai procedimenti in corso dinnanzi ad essi. Bisogna ricordare anche che, in suddetto sistema, un individuo non gode di un accesso diretto alla Corte costituzionale per invitarla a verificare la costituzionalità di una legge: ha solo la facoltà d’investire, su richiesta di una delle parti o d’ ufficio, una giurisdizione che conosce del merito di una causa. Quindi, simile richiesta non si potrebbe analizzare in un ricorso di cui la Convenzione esige l’esaurimento (Brozicek c. Italia, 19 dicembre 1989, § 34, serie A no 167, e C.I.G.L. e Cofferati c. Italia, no 46967/07, § 48, 24 febbraio 2009).
76. La Corte osserva che il Governo sostiene che il richiedente avrebbe potuto invocare l’articolo 2 § 3 del CP che consacra il principio della retroattività della legge penale più favorevole all’imputato (paragrafi 32 e 66 sopra). Tuttavia, supponendo anche che tale principio possa applicarsi alle disposizioni del CPP, conviene notare che l’articolo 2 precitato è solamente una disposizione di una legge ordinaria, contenuta in un codice adottato nel 1930. In dritto italiano, le leggi più recenti possono, in linea di massimo, derogare alle leggi anteriori. Ora, il Governo non ha addotto che tale regola non si trovasse ad applicare nello specifico e ha omesso di spiegare perché una nuova legge posteriore, come il decreto-legge no 341 del 2000, non poteva derogare legittimamente all’articolo 2 del CP. Inoltre, non ha prodotto nessuno esempio di cause in cui questa disposizione sarebbe stata invocata con successo in una situazione comparabile a quella del richiedente. Il Governo non ha stabilito neanche che era possibile ottenere la mancata applicazione del decreto-legge in questione in ragione della sua eventuale incompatibilità con la Convenzione.
77. Alla luce di ciò che precede, la Corte stima che il Governo non ha dimostrato che i ricorsi di cui il richiedente si sarebbe potuto avvalere per contestare l’applicazione del decreto-legge no 341 del 2000 avevano delle probabilità di successo.
78. Ne segue che l’eccezione preliminare di non-esaurimento del Governo non potrebbe essere accolta.
B. Il merito del motivo di appello
1. Argomenti delle parti
79. Il richiedente adduce che l’articolo 7 della Convenzione è stato violato per tre ragioni differenti, riassunte qui sotto.
a) Applicazione presumibilmente retroattiva della legge penale
i) Tesi del richiedente
80. Il richiedente nota innanzitutto che, secondo la giurisprudenza interna (vedere Corte di cassazione, sezioni riunite, sentenza del 6 marzo 1992 resa nella causa Merletti), l’articolo 442 del CPP che indica la pena da infliggere in caso di adozione del procedimento abbreviato è, a dispetto del sua inserimento nel CPP, una disposizione di diritto penale materiale. Difatti, a differenza delle norme esaminate dalla Grande Camera nella causa Kafkaris c. Cipro (no 21906/04, 12 febbraio 2008,) questa clausola non riguarderebbe il procedimento di esecuzione della pena ma la determinazione di questa. Dovrebbe essere considerata come una “legge penale” ai sensi dell’articolo 7 della Convenzione dunque.
81. Il richiedente sottolinea che l’ultima udienza dinnanzi al GUP di Roma è cominciata il 24 novembre 2000 alle 10 h 19 (paragrafo 12 sopra). Il GUP ha pronunciato immediatamente il suo giudizio dopo l’udienza. Lo stesso giorno, il decreto-legge no 341 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ed è entrato in vigore. La Gazzetta ufficiale è apparsa nel corso del pomeriggio (paragrafo 33 sopra). Il richiedente ne deduce che, quando il GUP ha pronunciato il suo giudizio, il decreto-legge no 341 del 2000 non era ancora in vigore e non poteva essere conosciuto.
82. Il richiedente stima quindi che è stato vittima di un’applicazione retroattiva della legge penale, poiché è stato prima condannato a trent’ anni di detenzione poi, in applicazione del decreto-legge no 341 del 2000, all’ergastolo.
ii, Argomenti del Governo
83. Il Governo si oppone a questa tesi, ricordando che l’articolo 7 della Convenzione si limita a vietare ogni applicazione retroattiva del diritto penale in rapporto “al momento in cui il reato è stata commesso.” Osserva che le disposizioni del CP che puniscono i reati per cui il richiedente è stato condannato non sono state modificate dopo il 2 settembre 1999, data della commissione dei crimini. Nota in particolare che questi crimini erano punibili con l’ergastolo con isolamento diurno e che la pena imposta dalle giurisdizioni nazionali non ha superato questo limite.
84. In quanto alle disposizioni del CPP, non dovrebbero essere comprese nella nozione di “pena” ai sensi dell’articolo 7. Difatti, sarebbe inadeguato permettere ad un individuo di valutare le conseguenze del crimine che potrebbe commettere calcolando anche le riduzioni di pena di cui potrebbe beneficiare in funzione delle sue scelte di procedimento. Tale approccio impedirebbe di modificare il CPP. Il principio nullum crimen sine lege riguarda solamente le disposizioni di diritto penale materiale, mentre le disposizioni di procedimento sono normalmente retroattive poiché sono regolate dal principio tempus regit actum. Concludere diversamente significherebbe accordare una riduzione di pena in seguito ad ogni abrogazione o modifica delle disposizioni del CPP. Peraltro, la circostanza che, a differenza dell’articolo 6 che si applica alla “materia penale”, l’articolo 7 della Convenzione si riferisce al “reato”, dimostrerebbe che questa ultima disposizione riguarda unicamente il diritto penale e non le regole di procedimento.
85. Non ci sarebbe stata, ad ogni modo, nello specifico nessuna applicazione retroattiva delle regole di procedimento a scapito del richiedente. Il Governo osserva a questo riguardo che nel momento in cui i crimini sono stati commessi, il 2 settembre 1999, la legge non contemplava la possibilità di chiedere il procedimento abbreviato quando i fatti rimproverati erano puniti dall’ergastolo. Questa possibilità è stata introdotta solo dalla legge no 479 del 16 dicembre 1999. Essendo la ragione di essere del principio consacrato dall’articolo 7 della Convenzione di fare conoscere al delinquente gli atti che impegnano la sua responsabilità penale e le pene alle quali si espone, sarebbe inaccettabile che un individuo possa prendere delle decisioni in materia di commissione di crimini avuto anche riguardo agli sviluppi posteriori a quello del reato.
b) Violazione addotta del principio di retroattività della legge penale più dolce
i) Tesi del richiedente
86. Il richiedente sostiene che l’articolo 7 della Convenzione garantisce non solo la non-retroattività della legge penale, ma anche il principio-previsto in modo esplicito dall’articolo 15 del Patto delle Nazioni Unite relative ai diritti civili e politici, dall’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea e dall’articolo 9 della Convenzione americana relativa ai diritti dell’uomo (paragrafi 35-37 sopra) -secondo cui, se la legge in vigore al momento della commissione del reato e le leggi posteriori sono differenti, bisogna applicare quella che è più favorevole all’imputato. Quindi, questa disposizione sarebbe violata ogni volta che i tribunali applicano una pena più pesante di quella che era prevista dalla legge in vigore in ogni momento compreso tra la commissione del reato ed la pronunzia del giudizio. Il richiedente si riferisce, su questo punto, all’opinione dissidente del giudice Popoviæ unita alla sentenza Achour c. Francia ([GC], no 67335/01, CEDH 2006 -..).
87. L’interessato sottolinea che nello specifico, il CPP, come modificato dalla legge no 479 del 1999, contemplava a partire dal 2 gennaio 2000 che, quando il procedimento abbreviato veniva adottato per i reati punibili con l’ergastolo, con o senza isolamento, questa pena era sostituita da trent’ anni di deten

Testo Tradotto

Conclusion Exception préliminaire rejetée (incompétence quant à l’art. 6) ; Exception préliminaire rejetée (non-épuisement des voies de recours internes quant à l’art. 7) ; Violation de l’art. 7 ; Exception préliminaire jointe au fond (non-épuisement des voies de recours internes quant à l’art. 6) ; Exception préliminaire rejetée (Non-épuisement des voies de recours internes quant à l’art. 6) ; Violation de l’art. 6 ; Préjudice moral – réparation
GRANDE CHAMBRE
AFFAIRE SCOPPOLA c. ITALIE (No 2)
(Requête no 10249/03)
ARRÊT
STRASBOURG
17 septembre 2009
Cet arrêt est définitif. Il peut subir des retouches de forme.

En l’affaire Scoppola c. Italie (no 2),
La Cour européenne des droits de l’homme, siégeant en une Grande Chambre composée de :
Jean-Paul Costa, président,
Nicolas Bratza,
Peer Lorenzen,
Françoise Tulkens,
Josep Casadevall,
Ireneu Cabral Barreto,
Rait Maruste,
Alvina Gyulumyan,
Danutė Jočienė,
Ján Šikuta,
Dragoljub Popović,
Mark Villiger,
Giorgio Malinverni,
George Nicolaou,
András Sajó,
Mirjana Lazarova Trajkovska, juges,
Vitaliano Esposito, juge ad hoc,
et de Michael O’Boyle, greffier adjoint,
Après en avoir délibéré en chambre du conseil les 7 janvier et 8 juillet 2009,
Rend l’arrêt que voici, adopté à cette dernière date :
PROCÉDURE
1. A l’origine de l’affaire se trouve une requête (no 10249/03) dirigée contre la République italienne et dont un ressortissant de cet Etat, M. F. S. (« le requérant »), a saisi la Cour le 24 mars 2003 en vertu de l’article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l’homme et des libertés fondamentales (« la Convention »).
2. Le requérant est représenté par Mes N. P., A. M et G. P., avocats à Rome. Le gouvernement italien (« le Gouvernement ») est représenté par son agente, Mme E. Spatafora, et par son co-agent adjoint, M. N. Lettieri.
3. Le requérant alléguait en particulier que sa condamnation à la réclusion criminelle à perpétuité avait enfreint les articles 6 et 7 de la Convention.
4. La requête a été attribuée à la deuxième section de la Cour (article 52 § 1 du règlement de la Cour). Le 13 mai 2008, elle a été déclarée partiellement recevable par une chambre de ladite section, composée des juges dont le nom suit : Françoise Tulkens, Antonella Mularoni, Ireneu Cabral Barreto, Danutė Jočienė, Dragoljub Popović, András Sajó et Vitaliano Esposito, ainsi que de Sally Dollé, greffière de section. Le 2 septembre 2008, la chambre s’est dessaisie au profit de la Grande Chambre. Le requérant ne s’opposa pas au dessaisissement ; après avoir formulé une telle opposition, le Gouvernement l’a retirée (articles 30 de la Convention et 72 du règlement).
5. La composition de la Grande Chambre a été arrêtée conformément aux articles 27 §§ 2 et 3 de la Convention et 24 du règlement. A la suite du déport de Vladimiro Zagrebelsky, juge élu au titre de l’Italie, le Gouvernement a désigné Vitaliano Esposito pour siéger en qualité de juge ad hoc (articles 27 § 2 de la Convention et 29 § 1 du règlement).
6. Tant le requérant que le Gouvernement ont déposé un mémoire sur le fond de l’affaire.
7. Une audience s’est déroulée en public au Palais des droits de l’homme, à Strasbourg, le 7 janvier 2009 (article 59 § 3 du règlement).
Ont comparu :
– pour le Gouvernement
M. N. Lettieri, magistrat, co-agent adjoint,
– pour le requérant
M. N. P., avocat,
Mme A. M , avocate, conseils,
Mme G. P., avocate, conseillère.
La Cour a entendu MM. P. et Lettieri et Mme M en leurs déclarations, ainsi qu’en leurs réponses aux questions de la Cour.
EN FAIT
I. LES CIRCONSTANCES DE L’ESPÈCE
8. Le requérant, né en 1940, est actuellement détenu au pénitencier de Parme.
9. Le 2 septembre 1999, à l’issue d’une bagarre avec ses deux fils, le requérant tua sa femme et blessa l’un de ses fils. Il fut arrêté le 3 septembre.
10. A l’issue de l’enquête, le parquet de Rome demanda le renvoi du requérant en jugement pour meurtre, tentative de meurtre, mauvais traitements infligés aux membres de sa famille et port d’arme prohibé.
11. A l’audience du 18 février 2000 devant le juge de l’audience préliminaire (giudice dell’udienza preliminare – ci-après « le GUP ») de Rome, le requérant demanda à être jugé selon la procédure abrégée, une démarche simplifiée entraînant, en cas de condamnation, une réduction de peine. Tel qu’en vigueur à cette date, l’article 442 § 2 du code de procédure pénale (« le CPP ») prévoyait que, si le crime commis par l’accusé appelait la réclusion criminelle à perpétuité, l’intéressé devait être condamné à une peine d’emprisonnement de trente ans (paragraphe 29 ci-après).
12. Le GUP accepta d’appliquer la procédure abrégée. D’autres audiences eurent lieu les 22 septembre et 24 novembre 2000. Cette dernière audience débuta à 10 h 19.
13. Le 24 novembre 2000, le GUP émit un verdict de culpabilité à l’encontre du requérant. Il constata que l’intéressé devait être condamné à la réclusion à perpétuité ; cependant, en raison de l’adoption de la procédure abrégée, il fixa la peine à trente ans d’emprisonnement.
14. Le 12 janvier 2001, le parquet général près la cour d’appel de Rome se pourvut en cassation contre le jugement du GUP de Rome du 24 novembre 2000. Il affirma que le GUP aurait dû appliquer l’article 7 du décret-loi no 341 du 24 novembre 2000, entré en vigueur le jour même du prononcé du jugement de condamnation. Après des modifications introduites par le Parlement, ce décret-loi avait été converti en la loi no 4 du 19 janvier 2001.
15. Le parquet observa notamment que l’article 7 précité avait modifié l’article 442 du CPP et prévoyait qu’en cas de procédure abrégée la réclusion à « perpétuité » devait remplacer la réclusion à « perpétuité avec isolement diurne » lorsqu’il y avait « concours d’infractions » (concorso di reati) ou « délit continu » (reato continuato – paragraphe 31 ci-après). La non-application de ce texte par le GUP s’analysait en « une erreur de droit manifeste » (evidente errore di diritto).
16. Les 5 et 22 février 2001, le requérant interjeta appel. A titre principal, il demanda à être acquitté pour absence d’élément intentionnel dans sa conduite ou pour défaut de discernement et de volonté (incapacità di intendere e volere) au moment de la commission des infractions. A titre subsidiaire, il sollicita une réduction de peine.
17. Comme il y avait deux recours devant deux juridictions de degré différent, le pourvoi en cassation du parquet fut transformé en appel et la cour d’assises d’appel de Rome fut déclarée compétente pour la suite de la procédure (article 580 du CPP).
18. L’audience en chambre du conseil devant la cour d’assises d’appel de Rome se tint le 10 janvier 2002. Le requérant n’était pas présent et fut jugé par contumace. Il allègue que, en raison de ses difficultés à marcher, il avait demandé à être conduit dans la salle d’audience par une ambulance ou un autre véhicule adapté ; cette demande ayant été rejetée par la direction du pénitencier, il aurait été privé de la possibilité de participer au procès d’appel.
19. Par un arrêt du 10 janvier 2002, dont le texte fut déposé au greffe le 23 janvier 2002, la cour d’assises d’appel condamna le requérant à la réclusion à perpétuité.
20. Elle observa qu’avant l’entrée en vigueur du décret-loi no 341 de 2000, l’article 442 § 2 du CPP était interprété en ce sens que la réclusion perpétuelle devait être remplacée par une peine de trente ans de prison, et ce indépendamment de la possibilité d’appliquer l’isolement diurne en conséquence d’un concours d’infractions. Suivant cette approche, le GUP avait fixé la peine par rapport à l’infraction la plus grave, sans se pencher sur la question de savoir s’il fallait ordonner l’isolement diurne en raison du constat de culpabilité prononcé pour les autres chefs d’accusation à l’encontre du requérant.
21. Or le décret-loi no 341 de 2000 était entré en vigueur le jour même du prononcé du jugement du GUP. Comme il s’agissait d’une règle de procédure, elle trouvait à s’appliquer à tout procès en cours, selon le principe tempus regit actum. La cour d’appel rappela par ailleurs qu’aux termes de l’article 8 dudit décret-loi, le requérant aurait pu retirer sa demande d’adoption de la procédure abrégée et se faire juger selon la procédure ordinaire. Le requérant n’ayant pas fait pareil choix, la décision de première instance aurait dû tenir compte de la réglementation des peines survenue entre-temps.
22. Le 18 février 2002, le requérant se pourvut en cassation. Il allégua, en premier lieu, que le procès d’appel devait être déclaré nul et non avenu car il n’avait pas eu la possibilité de participer, en tant qu’accusé, à l’audience du 10 janvier 2002. Dans les deuxième et troisième moyens de son pourvoi, le requérant affirma que les juges du fond n’avaient dûment motivé ni l’existence du dol s’agissant de l’infraction d’homicide, ni l’existence chez lui de discernement et de volonté au moment de la commission des faits délictueux. Enfin, il contesta une circonstance aggravante retenue à son encontre (avoir agi pour des raisons futiles) et se plaignit du refus de lui octroyer des circonstances atténuantes.
23. Le 31 juillet 2002, le requérant présenta de nouveaux moyens de pourvoi. Il allégua qu’une nouvelle expertise visant à déterminer son état psychique au moment de la commission des infractions aurait dû être effectuée et développa de nouveaux arguments sur la question des circonstances aggravantes et atténuantes. Il soutint enfin que la peine jugée applicable dans son cas (réclusion criminelle à perpétuité avec isolement) était excessive.
24. Par un arrêt déposé au greffe le 20 janvier 2003, la Cour de cassation rejeta le pourvoi du requérant.
25. Le 18 juillet 2003, le requérant introduisit un recours extraordinaire pour erreur de fait (article 625 bis du CPP). Il allégua, en premier lieu, que l’affirmation des juridictions internes selon laquelle il aurait pu être conduit à l’audience d’appel par un moyen de transport ordinaire, et ne requérait pas une ambulance, était le résultat d’une lecture erronée des pièces du dossier. De plus, son absence à cette audience en qualité d’accusé s’analysait en une violation de l’article 6 de la Convention. Le requérant allégua également que sa condamnation à la réclusion criminelle à perpétuité à la suite des modifications introduites par le décret-loi no 341 de 2000, et donc par le jeu d’une disposition pénale rétroactive, s’analysait en une violation de l’article 7 de la Convention et des principes du procès équitable. Il estima que la renonciation aux garanties procédurales qu’il avait faite en demandant la procédure abrégée n’avait pas été compensée par la réduction de peine promise par l’Etat au moment de ce choix. Enfin, il considéra que la réclusion criminelle à perpétuité était une peine inhumaine et dégradante et donc contraire à l’article 3 de la Convention.
26. Par un arrêt du 14 mai 2004, dont le texte fut déposé au greffe le 28 octobre 2004, la Cour de cassation déclara le recours extraordinaire du requérant irrecevable. Elle observa que l’intéressé ne dénonçait pas des erreurs de fait commises par les juridictions internes mais visait, pour l’essentiel, à remettre en question l’appréciation des points de droit émanant de la Cour de cassation.
II. LE DROIT INTERNE PERTINENT
A. La procédure abrégée
27. La procédure abrégée est régie par les articles 438 et 441 à 443 du CPP. Elle se fonde sur l’hypothèse que l’affaire peut être tranchée en l’état (allo stato degli atti) lors de l’audience préliminaire. La demande peut être faite, oralement ou par écrit, tant que les conclusions n’ont pas été présentées à l’audience préliminaire. En cas d’adoption de la procédure abrégée, l’audience a lieu en chambre du conseil et est consacrée aux plaidoiries des parties. En principe, les parties doivent se baser sur les pièces figurant dans le dossier du parquet, même si, à titre exceptionnel, des preuves orales peuvent être admises. Si le juge décide de condamner l’accusé, la peine infligée est réduite d’un tiers (article 442 § 2). Les dispositions internes pertinentes sont décrites dans l’arrêt Hermi c. Italie ([GC], no 18114/02, §§ 27-28, CEDH 2006-…).
28. La Cour a également donné un aperçu des dispositions régissant la procédure abrégée dans son arrêt Fera c. Italie (no 45057/98, 21 avril 2005). A l’époque des faits visés par la requête Fera, la procédure abrégée n’était pas admise pour les crimes entraînant la réclusion criminelle à perpétuité. En effet, par l’arrêt no 176 du 23 avril 1991, la Cour constitutionnelle avait annulé la disposition du CPP prévoyant cette possibilité, car celle-ci allait au-delà de la délégation de pouvoirs que le Parlement avait donnée au Gouvernement pour l’adoption du nouveau CPP.
B. Les modifications de l’article 442 du CPP par la loi no 479 du 16 décembre 1999
29. Par la loi no 479 du 16 décembre 1999, entrée en vigueur le 2 janvier 2000, le Parlement a réintroduit la possibilité de faire bénéficier de la procédure abrégée l’accusé encourant une condamnation à perpétuité. L’article 30 de cette loi est ainsi libellé :
Article 30
« Les modifications suivantes sont introduites à l’article 442 du CPP :
(…)
b) au paragraphe 2, après la première phrase est ajoutée la [seconde et dernière phrase] suivante: « La réclusion à perpétuité est remplacée par un emprisonnement de trente ans. »
C. Le décret-loi no 341 du 24 novembre 2000
30. Le décret-loi no 341 du 24 novembre 2000, entré en vigueur le même jour et converti en la loi no 4 du 19 janvier 2001, vise à donner une interprétation authentique de la seconde phrase du paragraphe 2 de l’article 442 du CPP. Il a également introduit un troisième paragraphe à cette disposition.
31. Dans ledit décret-loi figurent, sous le chapitre intitulé « Interprétation authentique de l’article 442 § 2 du CPP et dispositions en matière de procédure abrégée dans les procès pour les infractions punies par la réclusion à perpétuité », les articles 7 et 8, ainsi libellés :
Article 7
« 1. A l’article 442, paragraphe 2, [seconde et] dernière phrase, du CPP, le membre de phrase « peine de réclusion à perpétuité » doit être interprété comme faisant référence à la réclusion à perpétuité sans isolement diurne.
2. A l’article 442, paragraphe 2, du CPP est ajoutée, à la fin, la phrase suivante : « La peine de réclusion à perpétuité avec isolement diurne, dans l’hypothèse d’un concours d’infractions ou d’un délit continu, est remplacée par la réclusion à perpétuité. »
Article 8
« 1. Dans le cadre des procédures pénales pendantes à la date d’entrée en vigueur du présent décret-loi, lorsqu’il peut être fait ou qu’il a été fait application de la perpétuité avec isolement diurne, si la procédure abrégée a été demandée (…), l’accusé peut retirer sa demande dans un délai de trente jours à compter de la date d’entrée en vigueur de la loi de conversion du présent décret-loi. Dans cette hypothèse, les poursuites reprennent selon la procédure ordinaire en l’état où elles se trouvaient au moment où la demande a été faite. Les actes d’instruction éventuellement accomplis peuvent être utilisés dans les limites établies par l’article 511 du CPP.
2. Lorsque, en raison d’un recours du ministère public, il est possible d’appliquer les dispositions figurant à l’article 7, l’accusé peut retirer la demande dont il est question à l’alinéa 1 dans un délai de trente jours à compter du moment où il a eu connaissance du recours du ministère public ou, si celui-ci a été fait avant l’entrée en vigueur de la loi de conversion du présent décret-loi, dans un délai de trente jours à compter de cette dernière date. Il est fait application des dispositions des deuxième et troisième phrases de l’alinéa 1 (…). »
D. L’article 2 du code pénal
32. L’article 2 du code pénal (« le CP ») de 1930, intitulé « Succession des lois pénales », se lit comme suit :
« 1. Nul ne peut être puni pour un fait qui, selon la loi en vigueur au moment où il a été commis, n’était pas constitutif d’une infraction.
2. Nul ne peut être puni pour un fait qui, selon une loi postérieure, n’est pas constitutif d’une infraction ; s’il y a eu condamnation, son exécution et ses effets pénaux cessent.
3. Si la loi en vigueur au moment où l’infraction a été commise et les [lois] postérieures sont différentes, on applique celle dont les dispositions sont les plus favorables à l’accusé, sauf s’il y a eu prononcé d’un jugement définitif.
4. Les dispositions des [deux] alinéas qui précèdent ne s’appliquent pas lorsqu’il s’agit de lois exceptionnelles et temporaires.
5. Les dispositions du présent article s’appliquent également en cas de déchéance [decadenza] et de non-conversion d’un décret-loi et dans l’hypothèse d’un décret-loi converti en loi avec modifications. »
E. La publication au Journal officiel
33. Le décret royal no 1252 du 7 juin 1923 prévoit que le Journal officiel (Gazzetta ufficiale) est publié par le ministère de la Justice. L’article 2 de ce texte se lit comme suit :
« La publication aura lieu tous les jours ouvrables dans le courant de l’après-midi (nelle ore pomeridiane). »
34. Par l’arrêt no 132 du 19 mai 1976, la Cour constitutionnelle a précisé que la publication d’une loi au Journal officiel était le « moment essentiel et décisif » des démarches visant à faire connaître un texte législatif. Par ailleurs, l’expression « publication au Journal officiel » présupposait que ce dernier fut mis en circulation et donc accessible au public. La Cour constitutionnelle a notamment estimé que les termes « publication des lois « au » Journal officiel (…) ne pouvaient que signifier (…) aussi publication « du » Journal officiel (…) : à défaut l’on irait à l’encontre de la procédure même de la publication des actes législatifs qui, aussi d’un point de vue historique, a pour but de créer une situation objective permettant effectivement à tout un chacun de connaître les actes en question (situazione oggettiva di effettiva conoscibilità, da parte di tutti, degli atti medesimi). »
III. TEXTES ET DOCUMENTS INTERNATIONAUX
A. Le Pacte des Nations Unies relatif aux droits civils et politiques
35. L’article 15 du Pacte international relatif aux droits civils et politiques, adopté par l’Assemblée générale des Nations Unies dans sa résolution 2200 A (XXI) du 16 décembre 1966 et entré en vigueur le 23 mars 1976, est ainsi libellé :
« 1. Nul ne sera condamné pour des actions ou omissions qui ne constituaient pas un acte délictueux d’après le droit national ou international au moment où elles ont été commises. De même, il ne sera infligé aucune peine plus forte que celle qui était applicable au moment où l’infraction a été commise. Si, postérieurement à cette infraction, la loi prévoit l’application d’une peine plus légère, le délinquant doit en bénéficier.
2. Rien dans le présent article ne s’oppose au jugement ou à la condamnation de tout individu en raison d’actes ou omissions qui, au moment où ils ont été commis, étaient tenus pour criminels, d’après les principes généraux de droit reconnus par l’ensemble des nations. »
B. La Convention américaine relative aux droits de l’homme
36. L’article 9 de la Convention américaine relative aux droits de l’homme, adoptée le 22 novembre 1969 à la Conférence spécialisée interaméricaine sur les droits de l’homme et entrée en vigueur le 18 juillet 1978, se lit comme suit :
« Nul ne peut être condamné pour une action ou omission qui ne constituait pas, au moment où elle a eu lieu, une infraction d’après le droit applicable. De même, il ne peut être infligé aucune peine plus forte que celle qui était applicable au moment où l’infraction a été commise. Si postérieurement à la date de l’infraction une peine plus légère est édictée par la loi, celle-ci rétroagira en faveur du délinquant. »
C. La Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne et la jurisprudence de la Cour de justice des Communautés européennes
37. Lors du Conseil européen de Nice du 7 décembre 2000, la Commission européenne, le Parlement européen et le Conseil de l’Union européenne ont proclamé la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne. L’article 49 de ce texte, intitulé « Principes de légalité et de proportionnalité des délits et des peines », est rédigé de la manière suivante :
« 1. Nul ne peut être condamné pour une action ou une omission qui, au moment où elle a été commise, ne constituait pas une infraction d’après le droit national ou le droit international. De même, il n’est infligé aucune peine plus forte que celle qui était applicable au moment où l’infraction a été commise. Si, postérieurement à cette infraction, la loi prévoit une peine plus légère, celle-ci doit être appliquée.
2. Le présent article ne porte pas atteinte au jugement et à la punition d’une personne coupable d’une action ou d’une omission qui, au moment où elle a été commise, était criminelle d’après les principes généraux reconnus par l’ensemble des nations.
3. L’intensité des peines ne doit pas être disproportionnée par rapport à l’infraction. »
38. Dans l’affaire Berlusconi et autres, la Cour de justice des Communautés européennes a estimé que le principe de l’application rétroactive de la peine plus légère faisait partie des traditions constitutionnelles communes aux Etats membres (voir l’arrêt du 3 mai 2005 rendu dans les affaires jointes C-387/02, C-391/02 et C-403/02). Les passages pertinents de cet arrêt (§§ 66-69) se lisent ainsi :
« 66. Abstraction faite de l’applicabilité de l’article 6 de la première directive sociétés au défaut de publicité des comptes annuels, il convient d’observer que, en vertu de l’article 2 du code pénal italien qui édicte le principe de l’application rétroactive de la peine plus légère, les nouveaux articles 2621 et 2622 du code civil italien devraient être appliqués même s’ils ne sont entrés en vigueur qu’après que les actes à l’origine des poursuites engagées dans les affaires au principal ont été commis.
67. A cet égard, il y a lieu de rappeler que, selon une jurisprudence constante, les droits fondamentaux font partie intégrante des principes généraux du droit dont la Cour assure le respect. A cet effet, cette dernière s’inspire des traditions constitutionnelles communes aux Etats membres ainsi que des indications fournies par les instruments internationaux concernant la protection des droits de l’homme auxquels les Etats membres ont coopéré ou adhéré (voir, notamment, arrêts du 12 juin 2003, Schmidberger, C-112/00, Rec. p. I-5659, point 71 et jurisprudence citée, et du 10 juillet 2003, Booker Aquaculture et Hydro Seafood, C-20/00 et C-64/00, Rec. p. I-7411, point 65 et jurisprudence citée).
68. Or, le principe de l’application rétroactive de la peine plus légère fait partie des traditions constitutionnelles communes aux Etats membres.
69. Il en découle que ce principe doit être considéré comme faisant partie des principes généraux du droit communautaire que le juge national doit respecter lorsqu’il applique le droit national adopté pour mettre en œuvre le droit communautaire et, en l’occurrence, plus particulièrement, les directives sur le droit des sociétés. »
39. Les principes affirmés par la Cour de justice ont été repris par un arrêt de la Chambre criminelle de la Cour de cassation française rendu le 19 septembre 2007 (rejet de pourvoi no 06-85899). Les passages pertinents de cet arrêt se lisent comme suit :
« (…) alors (…) et en tout état de cause que les principes généraux du droit communautaire priment le droit national ; que, dans un arrêt en date du 3 mai 2005, la Cour de justice des Communautés européennes a rappelé que le principe de l’application rétroactive de la peine plus légère fait partie des traditions constitutionnelles communes aux Etats membres et qu’il en découle que ce principe doit être considéré comme faisant partie des principes généraux du droit communautaire que le juge national doit respecter lorsqu’il applique le droit national adopté pour mettre en œuvre le droit communautaire (points 68 et 69 de l’arrêt du 3 mai 2005) ; qu’en l’espèce, par conséquent, c’est en violation de ce principe supérieur à la loi nationale que la cour de Paris a prononcé une condamnation à l’encontre de [l’accusé] sur le fondement d’une loi nationale adoptée pour mettre en œuvre le droit communautaire et ayant illégalement écarté le principe de la rétroactivité de la loi pénale plus douce ;
alors (…) que l’article 15 du Pacte international relatif aux droits civils et politiques dispose, sans prévoir aucune exception, que si, postérieurement à la commission d’une infraction, la loi prévoit l’application d’une peine plus légère, le délinquant doit en bénéficier ; que ce texte prime la loi nationale en vertu de l’article 55 de la Constitution du 4 octobre 1958 ; qu’il s’ensuit que la cour de Paris ne pouvait écarter la loi nouvelle plus douce pour le seul motif que cette loi avait expressément exclu tout caractère rétroactif en violation du principe posé par le texte susvisé. (…). »
D. Le statut de la Cour pénale internationale
40. Aux termes de l’article 24 § 2 du statut de la Cour pénale internationale,
« Si le droit applicable à une affaire est modifié avant le jugement définitif, c’est le droit le plus favorable à la personne faisant l’objet d’une enquête, de poursuites ou d’une condamnation qui s’applique. »
E. La jurisprudence du Tribunal pénal international chargé de poursuivre les personnes présumées responsables de violations graves du droit international humanitaire commises sur le territoire de l’ex-Yougoslavie depuis 1991 (« le TPIY »)
41. Par un arrêt du 4 février 2005, rendu dans l’affaire Dragan Nikolic (no IT-94-2-A), la chambre d’appel du TPIY a estimé que le principe de l’applicabilité de la loi pénale plus douce (lex mitior) trouve à s’appliquer à son statut. Les parties pertinentes de cet arrêt (§§ 79-86) se lisent comme suit :
« 79. La Chambre de première instance a d’abord examiné si le principe de la lex mitior était applicable en ex-Yougoslavie, s’il faisait partie du droit du Tribunal international et s’il pouvait s’appliquer en l’espèce.
80. Dans le jugement portant condamnation, le litige porte sur la conclusion suivante : le principe de la lex mitior ne s’applique qu’aux affaires dans lesquelles l’infraction a été commise et la peine infligée dans le cadre d’un même système de droit, et ne s’applique pas au Tribunal international dans la mesure où il s’inscrit dans un autre système de droit que celui où le crime a été commis. La Chambre d’appel fait remarquer que la question de l’applicabilité de ce principe n’est pas une question de système de droit, mais elle est liée à celle de savoir si, en matière de peine, des lois pénales différentes peuvent être appliquées au Tribunal international.
81. Il semble que le principe de la lex mitior signifie que si la règle de droit applicable à l’infraction commise par l’accusé a été révisée, c’est la loi la plus douce qui s’applique. La règle de droit applicable doit impérativement avoir force obligatoire ; c’est là un élément inhérent à ce principe. Les accusés ne peuvent bénéficier d’une peine plus légère que si la règle de droit a force obligatoire puisqu’ils n’ont un intérêt juridique protégé que si la fourchette de peines doit leur être appliquée. Dès lors, le principe de la lex mitior n’est applicable que si la règle de droit qui lie le Tribunal international est remplacée ultérieurement par une autre plus favorable qui a aussi force obligatoire.
82. Le Tribunal international est manifestement lié par son Statut et son Règlement et peut donc prononcer une peine d’emprisonnement pouvant aller jusqu’à l’emprisonnement à vie, comme il est dit à l’article 101 A) du Règlement et à l’article 24 1) du Statut. La Chambre d’appel fait remarquer qu’aucune modification n’a été apportée aux règles gouvernant la fixation des peines par le Tribunal international.
83. Dans l’ex-Yougoslavie, l’appelant n’aurait été condamné qu’à une peine d’emprisonnement d’une durée déterminée. La Chambre d’appel rappelle que depuis la création du Tribunal international, un accusé traduit devant lui encourt une peine pouvant aller jusqu’à la réclusion à perpétuité.
84. La Chambre d’appel rappelle qu’elle a précédemment conclu à la primauté du Tribunal international et estimé que celui-ci n’était pas lié par les règles de droit ou par la grille des peines appliquée en ex-Yougoslavie. Il est seulement tenu de les prendre en compte. Autoriser l’application du principe de la lex mitior au Tribunal international à la suite d’une révision des lois de l’ex-Yougoslavie impliquerait que les Etats de l’ex-Yougoslavie pourraient remettre en cause le pouvoir d’appréciation qui est reconnu aux juges du Tribunal international en matière de peine. En adoptant une nouvelle loi nationale réduisant les peines maximales prévues pour les crimes visés aux articles 2 à 5 du Statut, des Etats pourraient empêcher le Tribunal d’infliger à leurs ressortissants les peines qui s’imposent, ce qui ne cadrerait pas avec la primauté du Tribunal international consacrée par l’article 9 2) du Statut et avec la mission générale qui lui est confiée.
85. En bref, le principe de la lex mitior, s’il est correctement interprété, s’applique au Statut du Tribunal international. En conséquence, si les pouvoirs conférés par le Statut en matière de peine venaient à être modifiés, le Tribunal international serait alors tenu d’appliquer la peine la moins sévère. En ce qui concerne l’article 24 1) du Statut qui dispose que « la Chambre de première instance a recours à la grille générale des peines d’emprisonnement appliquée par les tribunaux de l’ex-Yougoslavie », il doit être interprété selon les mêmes principes que le reste du Statut, dont il fait partie intégrante. Ainsi interprété, cet article renvoie à l’ensemble des lois applicables en ex-Yougoslavie à l’époque des faits, abstraction faite des changements intervenus ultérieurement.
86. Par ces motifs, le cinquième moyen d’appel est rejeté. »
EN DROIT
I. OBJET DU LITIGE ET QUESTIONS PRÉLIMINAIRES SOULEVÉES PAR LE GOUVERNEMENT
A. Sur la question de savoir si la Cour peut examiner l’affaire également sous l’angle de l’article 6 de la Convention
1. La question soulevée par le Gouvernement
42. A titre préliminaire, le Gouvernement conteste la décision du 13 mai 2008 par laquelle la deuxième section de la Cour a déclaré recevable le grief tiré de l’article 6 de la Convention. Il observe que, précédemment, dans sa décision partielle du 8 septembre 2005, la troisième section de la Cour avait entre autres rejeté un grief similaire à celui examiné sous l’angle de cette disposition. Dans ses parties pertinentes, le raisonnement de la troisième section se lit comme suit :
« Le requérant allègue ensuite une double violation de l’article 6 de la Convention (…). [Il] plaide que la procédure a été inéquitable parce qu’il a été condamné selon la procédure abrégée et par contumace.
En ce qui concerne la première branche du grief, il note que le choix de la procédure abrégée avait comporté la renonciation à certains droits garantis par l’article 6. Il ajoute cependant que sa renonciation n’a pas été volontaire, mais a été la conséquence d’un accord conclu seulement en vue d’une réduction de la peine. Selon lui, l’Etat défendeur – condamné à plusieurs reprises par la Cour européenne pour durée excessive de procédure – aurait instauré un système visant à récompenser les accusés qui renoncent aux garanties fondamentales plutôt que de procéder à une réorganisation de la justice.
La Cour note que c’est le requérant lui-même qui a demandé l’application de la procédure abrégée. S’il est vrai que le choix de la procédure abrégée fragilise les garanties procédurales, il n’en demeure pas moins que le requérant peut renoncer aux garanties de la procédure ordinaire à condition que sa renonciation soit non équivoque et que des questions d’intérêt public ne s’opposent pas à pareille renonciation (Kwiatkowska c. Italie (déc.), no 52868/99, 30 novembre 2000).
Or le requérant était sans doute en mesure de connaître les conséquences découlant de sa demande d’application de la procédure abrégée et a renoncé sans équivoque aux droits garantis par la procédure ordinaire. La possibilité de bénéficier d’une réduction de peine ne saurait amener la Cour à conclure que le requérant a été forcé de demander l’application de la procédure abrégée. Au demeurant, l’article 8 du décret-loi de 2000 lui avait accordé en l’espèce la possibilité de revenir sur sa décision de renoncer à la procédure ordinaire. Enfin, aucun motif d’intérêt public ne s’opposait à pareille renonciation.
La Cour arrive donc à la conclusion que cette branche du grief n’est pas fondée. (…). »
43. En même temps, la troisième section avait décidé de porter le grief tiré de la condamnation du requérant à perpétuité à la connaissance du Gouvernement, lui posant une question quant au respect des principes garantis par l’article 7 de la Convention (« Le requérant s’est-il vu infliger, en violation de l’article 7 de la Convention, une peine plus forte que celle qui était applicable au moment où l’infraction a été commise ? »). Le dispositif de la décision partielle du 8 septembre 2005 se lit comme suit :
« Par ces motifs, la Cour, à l’unanimité,
Ajourne l’examen du grief du requérant tiré de l’article 7 de la Convention ;
Déclare la requête irrecevable pour le surplus ».
44. Cependant, dans sa décision finale sur la recevabilité du 13 mai 2008, la deuxième section a précisé :
« La Cour note tout d’abord que les doléances du requérant ne portent pas exclusivement sur la violation alléguée du principe nulla poena sine lege, tel que consacré par l’article 7 de la Convention, mais également sur la question de savoir si les dispositions introduites par le décret-loi no 341 du 24 novembre 2000 ont porté atteinte aux principes du procès équitable tels que garantis par l’article 6 § 1 de la Convention. (…)
La Cour estime, à la lumière de l’ensemble des arguments des parties, que ces griefs posent de sérieuses questions de fait et de droit qui ne peuvent être résolues à ce stade de l’examen de la requête, mais nécessitent un examen au fond ; il s’ensuit que ces griefs ne sauraient être déclarés manifestement mal fondés, au sens de l’article 35 § 3 de la Convention. Aucun autre motif d’irrecevabilité n’a été relevé. »
45. Selon le Gouvernement, les deux décisions précitées sont en contradiction l’une avec l’autre : le grief tiré de l’article 6 et relatif au fait que le requérant avait été condamné selon la procédure abrégée a été écarté par une décision ne pouvant former l’objet d’aucun recours, ce qui se concilie mal avec l’intention de la Cour de se pencher « sur la question de savoir si les dispositions introduites par le décret-loi no 341 du 24 novembre 2000 ont porté atteinte aux principes du procès équitable ». De plus, avant la déclaration de recevabilité, aucune question spécifique portant sur le respect de l’article 6 de la Convention n’avait été posée par le greffe de la Cour au Gouvernement, ce qui avait empêché ce dernier de présenter des observations détaillées sur la recevabilité et le fond du grief en question.
46. A la lumière de ce qui précède, le Gouvernement estime que le volet relatif à l’article 6 de la Convention ne peut pas faire l’objet d’un examen au fond.
2. La réponse du requérant
47. Le requérant s’oppose à la thèse du Gouvernement. Il observe que la Cour est maîtresse de la qualification juridique des faits et peut décider d’examiner les doléances qui lui sont soumises sous l’angle de plusieurs dispositions de la Convention.
3. L’appréciation de la Cour
48. La Grande Chambre rappelle tout d’abord que l’étendue de sa juridiction dans les affaires qui lui sont soumises ne se trouve délimitée que par la décision de la chambre sur la recevabilité de la requête (Perna c. Italie [GC], no 48898/99, § 23, CEDH 2003-V, et Azinas c. Chypre [GC], no 56679/00, § 32, CEDH 2004-III). A l’intérieur du cadre ainsi tracé, la Grande Chambre peut traiter toute question de fait ou de droit qui surgit pendant l’instance engagée devant elle (voir, parmi beaucoup d’autres, Philis c. Grèce (no 1), 27 août 1991, § 56, série A no 209, et Guerra et autres c. Italie, 19 février 1998, § 44 in fine, Recueil des arrêts et décisions 1998-I).
49. Or, dans sa décision partielle du 8 septembre 2005 sur la recevabilité de la requête, la troisième section de la Cour a déclaré irrecevables trois griefs tirés de l’article 6 de la Convention et relatifs notamment à :
a) l’impossibilité pour le requérant de rencontrer son avocat dans les locaux prévus à cette fin ;
b) la circonstance que le requérant n’avait pas pu participer à l’audience d’appel ;
c) l’allégation du requérant selon laquelle son choix de la procédure abrégée, qui entraînait une renonciation à certains droits procéduraux, n’avait pas été volontaire.
50. La Grande Chambre observe qu’aucun de ces griefs n’a été déclaré recevable par la suite et que les craintes du Gouvernement à cet égard sont dénuées de fondement. Ces aspects du droit du requérant à un procès équitable ne font donc pas partie de l’« affaire » qui lui est soumise.
51. Il convient cependant de noter que la décision partielle du 8 septembre 2005 mentionnait également un quatrième grief tiré de l’article 6, concernant la condamnation du requérant à la réclusion criminelle à perpétuité. La troisième section de la Cour avait estimé que ce grief « se confond[ait] avec celui visant l’article 7 de la Convention et d[evait] donc être examiné sous l’angle de ce dernier ».
52. Au stade de la communication de la requête, les parties ont donc été invitées à présenter des observations sur la question de savoir si la condamnation du requérant à perpétuité avait enfreint l’article 7 de la Convention. Or, dans ses observations en réponse à celles du Gouvernement, le requérant a développé ultérieurement ses arguments relatifs à la violation des principes du procès équitable. Il a notamment allégué qu’au moment où il avait opté pour la procédure abrégée, il avait conclu avec l’Etat un accord par lequel il renonçait à une partie de ses garanties procédurales en échange, en cas de condamnation, du remplacement de la peine de perpétuité par une condamnation à trente ans d’emprisonnement. Le non-respect par l’Etat de cet accord était selon lui incompatible avec l’article 6 de la Convention.
53. La Cour rappelle qu’aux termes de l’article 32 de la Convention, sa compétence « s’étend à toutes les questions concernant l’interprétation et l’application de la Convention et de ses Protocoles qui lui seront soumises dans les conditions prévues par les articles 33, 34 et 47 » et qu’« en cas de contestation sur le point de savoir si la Cour est compétente, la Cour décide ».
54. Maîtresse de la qualification juridique des faits de la cause, la Cour ne se considère pas comme liée par celle que leur attribuent les requérants ou les gouvernements. En vertu du principe jura novit curia, elle a par exemple examiné d’office plus d’un grief sous l’angle d’un article ou d’un paragraphe que n’avaient pas invoqué les parties, et même d’une clause que la Commission avait déclarée irrecevable tout en la retenant sur le terrain d’une autre. Un grief se caractérise par les faits qu’il dénonce et non par les simples moyens ou arguments de droit invoqués (Powell et Rayner c. Royaume-Uni, 21 février 1990, § 29, série A no 172, et Guerra et autres, précité, § 44).
55. Il s’ensuit qu’en estimant qu’il était opportun d’examiner si les dispositions introduites par le décret-loi no 341 du 24 novembre 2000 avaient également « porté atteinte aux principes du procès équitable tels que garantis par l’article 6 § 1 de la Convention », la deuxième section de la Cour s’est bornée à faire usage de son droit de qualifier le grief du requérant et de l’examiner sous l’angle de plusieurs dispositions de la Convention. Une telle requalification, qui a tenu compte, entre autres, des nouveaux arguments du requérant, ne saurait être considérée comme arbitraire. De plus, étant donné que le grief tiré de la condamnation du requérant à perpétuité n’a jamais été écarté, elle ne se heurte pas au principe selon lequel la décision de déclarer un grief irrecevable est définitive et ne peut former l’objet d’aucun recours.
56. Pour ce qui est, enfin, de l’argument du Gouvernement selon lequel il y aurait eu violation du caractère contradictoire de la procédure devant la Cour (paragraphe 45 ci-dessus), il convient de noter que les observations du requérant et la décision finale sur la recevabilité ont été communiquées au Gouvernement. Ce dernier a donc eu, devant la Grande Chambre, l’opportunité de présenter tout argument tendant à soutenir que le grief tiré de l’article 6 était irrecevable ou mal fondé. A cet égard, la Grande Chambre rappelle que même après la décision de la chambre déclarant un grief recevable elle peut, le cas échéant, examiner des questions relatives à la recevabilité de celui-ci, par exemple en vertu de l’article 35 § 4 in fine de la Convention, qui habilite la Cour à « rejet[er] toute requête qu’elle considère comme irrecevable (…) à tout stade de la procédure », ou lorsque ces questions ont été jointes au fond ou encore lorsqu’elles présentent un intérêt au stade de l’examen au fond (K. et T. c. Finlande [GC], no 25702/94, §§ 140-141, CEDH 2001-VII, et Perna, précité, §§ 23-24). Ainsi, même au stade de l’examen au fond, sous réserve de ce qui est prévu à l’article 55 du règlement de la Cour, la Grande Chambre peut revenir sur la décision par laquelle la requête a été déclarée recevable lorsqu’elle constate que celle-ci aurait dû être considérée comme irrecevable pour l’une des raisons énumérées aux alinéas 1 à 3 de l’article 35 de la Convention (Azinas, précité, § 32).
57. Il s’ensuit que rien ne s’oppose à ce que la Grande Chambre examine l’affaire qui lui est soumise également sous l’angle de l’article 6 de la Convention. Il y a donc lieu d’écarter l’exception soulevée par le Gouvernement.
B. Sur la question de savoir si la deuxième section de la Cour pouvait se dessaisir au profit de la Grande Chambre
58. Le Gouvernement considère également que l’intention exprimée le 13 mai 2008 par la deuxième section de la Cour de se dessaisir au profit de la Grande Chambre se concilie mal avec l’adoption d’une décision finale sur la recevabilité. De plus, cette dernière décision serait en contradiction avec la décision partielle et de nature à « préjuger l’appréciation que la formation suprême de la Cour [pourrait] porter sur l’affaire ».
59. La Cour rappelle qu’aux termes de l’article 30 de la Convention, « si l’affaire pendante devant une chambre soulève une question grave relative à l’interprétation de la Convention (…) la chambre peut, tant qu’elle n’a pas rendu son arrêt, se dessaisir au profit de la Grande Chambre ». Or, quand elle a exprimé son intention de se dessaisir, la deuxième section de la Cour n’avait pas rendu d’arrêt dans la présente requête. De plus, il n’appartient pas à la Grande Chambre de revenir sur la question de savoir si l’affaire soulevait une « question grave relative à l’interprétation de la Convention ». Au demeurant, on comprend mal comment la décision de déclarer la requête recevable pourrait « préjuger l’appréciation » de la Grande Chambre. A cet égard, il convient de rappeler que, comme souligné plus haut, cette dernière peut examiner des questions relatives à la recevabilité des griefs qui lui sont soumis (paragraphe 56 ci-dessus). Enfin, s’il était d’avis que la proposition de dessaisissement n’était pas correcte, le Gouvernement aurait pu s’y opposer en vertu de l’article 30 in fine de la Convention. Or, après avoir formulé une telle opposition, le Gouvernement l’a retirée de son plein gré (paragraphe 4 in fine ci-dessus).
60. A la lumière de ce qui précède, la Cour estime que les décisions de la deuxième section de déclarer la requête recevable et de se dessaisir en faveur de la Grande Chambre ont été adoptées conformément à la Convention et à son règlement et ne préjugent en rien l’examen ultérieur de l’affaire.
II. SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L’ARTICLE 7 DE LA CONVENTION
61. Le requérant estime que sa condamnation à la réclusion criminelle à perpétuité a violé l’article 7 de la Convention.
Cette disposition se lit ainsi :
« 1. Nul ne peut être condamné pour une action ou une omission qui, au moment où elle a été commise, ne constituait pas une infraction d’après le droit national ou international. De même il n’est infligé aucune peine plus forte que celle qui était applicable au moment où l’infraction a été commise.
2. Le présent article ne portera pas atteinte au jugement et à la punition d’une personne coupable d’une action ou d’une omission qui, au moment où elle a été commise, était criminelle d’après les principes généraux de droit reconnus par les nations civilisées. »
A. L’exception de non-épuisement des voies de recours internes formulée par le Gouvernement
62. Le Gouvernement réitère l’exception de non-épuisement des voies de recours internes qu’il avait soulevée devant la chambre. Il allègue que devant la Cour de cassation, le requérant n’a pas invoqué le principe de non-rétroactivité de la loi pénale, mais s’est borné à affirmer que la peine applicable aux infractions qui lui étaient reprochées n’était pas la réclusion criminelle à perpétuité.
1. Décision de la chambre
63. Dans sa décision finale du 13 mai 2008 sur la recevabilité de la requête, la deuxième section de la Cour a rejeté l’exception préliminaire du Gouvernement, en observant que dans son pourvoi en cassation le requérant avait soutenu que la sanction de réclusion criminelle à perpétuité ne pouvait pas lui être infligée ; de plus, dans son recours extraordinaire pour erreur de fait, il avait allégué que cette condamnation violait les articles 6 et 7 de la Convention. A la lumière de ces considérations, la chambre a conclu que le requérant avait soulevé devant la Cour de cassation, au moins en substance, les griefs qu’il entendait formuler par la suite au niveau international, et qu’il avait fait un usage normal des recours qui lui avaient paru efficaces.
2. Arguments des parties
a) Le Gouvernement
64. Le Gouvernement observe en premier lieu que, dans sa décision partielle du 8 septembre 2005 sur la recevabilité de la requête, la troisième section, en résumant les arguments du requérant quant à la violation alléguée de l’article 7 de la Convention, s’était exprimée comme suit :
« Après avoir affirmé qu’en l’espèce le parquet n’a même pas pu interjeter appel car l’article 443 du code de procédure pénale ne donne cette possibilité qu’à la suite d’une condamnation par le juge des investigations préliminaires après changement du chef d’accusation, le requérant – qui n’a pas présenté de moyen de cassation sur ce point dans son pourvoi contre l’arrêt de la cour d’assises d’appel – note qu’il a finalement été condamné à une peine qui n’était pas prévue au moment où il a accepté d’être jugé selon la procédure abrégée. »
65. De l’avis du Gouvernement, on voit mal comment le requérant a pu soulever « au moins en substance » son grief tiré de l’article 7 s’il n’a pas présenté de moyens de cassation sur la question de l’infliction d’une peine plus lourde que celle prévue au moment où il avait accepté d’être jugé selon la procédure abrégée. En écartant l’exception de non-épuisement, la deuxième section aurait donc contredit la constatation que la troisième section avait faite dans sa décision partielle.
66. De plus, les arguments invoqués par le requérant devant la Cour de cassation avaient trait à la nature des faits qui lui étaient reprochés, aux modalités de commission des délits, aux circonstances aggravantes ou atténuantes, à son état de santé physique et psychique. Il s’agissait donc d’éléments totalement dépourvus de lien avec l’application prétendument « injuste » du décret-loi no 341 de 2000. Il en va de même en ce qui concerne le recours extraordinaire pour erreur de fait introduit par le requérant qui portait, pour l’essentiel, sur la prétendue illégitimité de la décision le jugeant par contumace en appel. Le requérant a par contre négligé d’invoquer devant la haute juridiction italienne l’article 2 § 3 du CP, aux termes duquel, si la loi en vigueur au moment où l’infraction a été commise et les lois postérieures sont différentes, on applique celle dont les dispositions sont les plus favorables à l’accusé (paragraphe 32 ci-dessus).
b) Le requérant
67. Le requérant marque son accord avec la décision de la chambre.
3. Appréciation de la Cour
a) Principes généraux
68. La Cour rappelle que la règle de l’épuisement des voies de recours internes vise à ménager aux Etats contractants l’occasion de prévenir ou de redresser les violations alléguées contre eux avant que ces allégations ne lui soient soumises (voir, parmi beaucoup d’autres, Remli c. France, 23 avril 1996, § 33, Recueil 1996-II, et Selmouni c. France [GC], no 25803/94, § 74, CEDH 1999-V). Cette règle se fonde sur l’hypothèse, objet de l’article 13 de la Convention – et avec lequel elle présente d’étroites affinités –, que l’ordre interne offre un recours effectif quant à la violation alléguée (Kudła c. Pologne [GC], no 30210/96, § 152, CEDH 2000-XI). De la sorte, elle constitue un aspect important du principe voulant que le mécanisme de sauvegarde instauré par la Convention revête un caractère subsidiaire par rapport aux systèmes nationaux de garantie des droits de l’homme (Akdivar et autres c. Turquie, 16 septembre 1996, § 65, Recueil 1996-IV).
69. La règle de l’épuisement des voies de recours internes doit s’appliquer avec une certaine souplesse et sans formalisme excessif. En même temps, elle oblige, en principe, à soulever devant les juridictions nationales appropriées, au moins en substance, dans les formes et délais prescrits par le droit interne, les griefs que l’on entend formuler par la suite au niveau international (voir, parmi beaucoup d’autres, Fressoz et Roire c. France [GC], no 29183/95, § 37, CEDH 1999-I, et Azinas, précité, § 38).
70. Cependant, l’obligation découlant de l’article 35 se limite à celle de faire un usage normal des recours vraisemblablement effectifs, suffisants et accessibles (Sofri et autres c. Italie (déc.), no 37235/97, CEDH 2003-VIII). En particulier, la Convention ne prescrit l’épuisement que des recours à la fois relatifs aux violations incriminées, disponibles et adéquats. Ils doivent exister à un degré suffisant de certitude non seulement en théorie mais aussi en pratique, sans quoi leur manquent l’effectivité et l’accessibilité voulues (Dalia c. France, 19 février 1998, § 38, Recueil 1998-I). De plus, selon les « principes de droit international généralement reconnus », certaines circonstances particulières peuvent dispenser le requérant de l’obligation d’épuiser les voies de recours internes qui s’offrent à lui (Aksoy c. Turquie, 18 décembre 1996, § 52, Recueil 1996-VI). Toutefois, le simple fait de nourrir des doutes quant aux perspectives de succès d’un recours donné, qui n’est pas de toute évidence voué à l’échec, ne constitue pas une raison valable pour justifier la non-utilisation de recours internes (Brusco c. Italie (déc.), no 69789/01, CEDH 2001-IX, et Sardinas Albo c. Italie (déc.), no 56271/00, CEDH 2004-I).
71. Enfin, l’article 35 § 1 de la Convention prévoit une répartition de la charge de la preuve. Pour ce qui concerne le Gouvernement, lorsqu’il excipe du non-épuisement, il doit convaincre la Cour que le recours était effectif et disponible tant en théorie qu’en pratique à l’époque des faits, c’est-à-dire qu’il était accessible, était susceptible d’offrir au requérant le redressement de ses griefs et présentait des perspectives raisonnables de succès (Akdivar et autres, précité, § 68, et Sejdovic c. Italie [GC], no 56581/00, § 46, CEDH 2006-II).
b) Application de ces principes au cas d’espèce
72. La Cour relève tout d’abord que, contrairement à ce que le Gouvernement a soutenu (paragraphes 64-65 ci-dessus), dans sa décision partielle sur la recevabilité de la requête, la troisième section n’a pas préjugé la question de savoir s’il y avait eu épuisement des voies de recours internes. Elle s’est en effet bornée, dans l’exposé des arguments du requérant sous l’angle de l’article 7 de la Convention, à faire une brève remarque relative à l’absence de moyen de pourvoi sur un point spécifique. Il convient également de noter qu’elle a en fait décidé de porter ce grief à la connaissance du Gouvernement. Cette décision se concilie mal avec la thèse du Gouvernement selon laquelle ce grief serait à rejeter pour non-respect des obligations découlant de l’article 35 § 1 de la Convention.
73. Quant à la question de savoir s’il y a eu épuisement, la Cour observe que, dans son appel contre sa condamnation en première instance, le requérant a demandé à titre principal à être acquitté pour absence d’élément intentionnel dans sa conduite ou pour défaut de discernement et de volonté au moment de la commission des infractions. A titre subsidiaire, il a sollicité une réduction de peine (paragraphe 16 ci-dessus). Dans son pourvoi en cassation, il s’est plaint d’avoir été condamné par défaut, a réitéré ses arguments concernant l’absence de dol et son état mental, a contesté une circonstance aggravante et demandé l’octroi de circonstances atténuantes (paragraphes 22-23 ci-dessus).
74. Aux yeux de la Cour, le requérant a exposé, dans les formes prévues par le droit italien, des moyens visant à soutenir, entre autres, que la peine qui lui avait été infligée était excessive. Il n’a par contre pas contesté, dans son appel ou dans son pourvoi en cassation, l’application prétendument rétroactive du décret-loi no 341 de 2000. Le Gouvernement le souligne à juste titre (paragraphe 66 ci-dessus). Il est vrai que des arguments visant à soutenir que l’application à son détriment dudit décret-loi violait les articles 6 et 7 de la Convention ont été présentés par l’intéressé dans le cadre de son recours extraordinaire pour erreur de fait (paragraphe 25 ci-dessus) ; il n’en demeure pas moins que ce dernier est une voie de recours visant à obtenir, à titre exceptionnel, la réouverture d’une procédure terminée par une décision ayant acquis force de chose jugée en vertu d’une erreur manifeste de fait commise par la Cour de cassation. Il n’était donc pas de nature à remédier aux griefs du requérant fondés sur l’incompatibilité entre les dispositions du décret-loi no 341 de 2000 et ses droits conventionnels (voir, mutatis mutandis, Çinar c. Turquie (déc.), no 28602/95, 13 novembre 2003).
75. Il reste à vérifier, cependant, si d’éventuels moyens d’appel ou de cassation que le requérant aurait pu formuler quant à l’application prétendument rétroactive de la sanction de réclusion criminelle à perpétuité et à ses répercussions négatives sur l’équité de la procédure avaient des chances d’aboutir. A cet égard, le décret-loi no 341 de 2000 avait force de loi dans le système juridique italien et que les juges d’appel et de cassation étaient censés l’appliquer aux procédures en cours devant eux. Il faut également rappeler que, dans ledit système, un individu ne jouit pas d’un accès direct à la Cour constitutionnelle pour l’inviter à vérifier la constitutionnalité d’une loi : seule a la faculté de la saisir, à la demande de l’une des parties ou d’office, une juridiction qui connaît du fond d’une affaire. Dès lors, pareille demande ne saurait s’analyser en un recours dont la Convention exige l’épuisement (Brozicek c. Italie, 19 décembre 1989, § 34, série A no 167, et C.I.G.L. et Cofferati c. Italie, no 46967/07, § 48, 24 février 2009).
76. La Cour observe que le Gouvernement soutient que le requérant aurait pu invoquer l’article 2 § 3 du CP, qui consacre le principe de la rétroactivité de la loi pénale plus favorable à l’accusé (paragraphes 32 et 66 ci-dessus). Toutefois, à supposer même qu’un tel principe puisse s’appliquer aux dispositions du CPP, il convient de noter que l’article 2 précité n’est qu’une disposition d’une loi ordinaire, contenue dans un code adopté en 1930. En droit italien, les lois plus récentes peuvent, en règle générale, déroger aux lois antérieures. Or, le Gouvernement n’a pas allégué qu’une telle règle ne trouvait pas à s’appliquer en l’espèce et il a omis d’expliquer pourquoi une nouvelle loi postérieure, tel le décret-loi no 341 de 2000, ne pouvait pas légitimement déroger à l’article 2 du CP. En outre, il n’a produit aucun exemple d’affaires où cette disposition aurait été invoquée avec succès dans une situation comparable à celle du requérant. Le Gouvernement n’a pas non plus établi qu’il était possible d’obtenir la non-application du décret-loi en question en raison de son éventuelle incompatibilité avec la Convention.
77. A la lumière de ce qui précède, la Cour estime que le Gouvernement n’a pas démontré que les recours dont le requérant aurait pu se prévaloir pour contester l’application du décret-loi no 341 de 2000 avaient des chances d’aboutir.
78. Il s’ensuit que l’exception préliminaire de non-épuisement du Gouvernement ne saurait être accueillie.
B. Le fond du grief
1. Arguments des parties
79. Le requérant allègue que l’article 7 de la Convention a été violé pour trois raisons différentes, résumées ci-dessous.
a) Application prétendument rétroactive de la loi pénale
i) Thèse du requérant
80. Le requérant note tout d’abord que, selon la jurisprudence interne (voir Cour de cassation, sections réunies, arrêt du 6 mars 1992 rendu dans l’affaire Merletti), l’article 442 du CPP, qui indique la peine à infliger en cas d’adoption de la procédure abrégée est, en dépit de son insertion dans le CPP, une disposition de droit pénal matériel. En effet, à la différence des normes examinées par la Grande Chambre dans l’affaire Kafkaris c. Chypre (no 21906/04, 12 février 2008), cette clause ne porterait pas sur la procédure d’exécution de la peine mais sur la fixation de celle-ci. Elle devrait donc être considérée comme une « loi pénale » au sens de l’article 7 de la Convention.
81. Le requérant souligne que la dernière audience devant le GUP de Rome a débuté le 24 novembre 2000 à 10 h 19 (paragraphe 12 ci-dessus). Le GUP a prononcé son jugement immédiatement après l’audience. Le même jour, le décret-loi no 341 a été publié au Journal officiel et est entré en vigueur. Le Journal officiel est paru dans le courant de l’après-midi (paragraphe 33 ci-dessus). Le requérant en déduit que, lorsque le GUP a prononcé son jugement, le décret-loi no 341 de 2000 n’était pas encore en vigueur et ne pouvait pas être connu.
82. Le requérant estime dès lors qu’il a été victime d’une application rétroactive de la loi pénale, puisqu’il a d’abord été condamné à trente ans d’emprisonnement puis, en application du décret-loi no 341 de 2000, à la réclusion criminelle à perpétuité.
ii) Arguments du Gouvernement
83. Le Gouvernement s’oppose à cette thèse, en rappelant que l’article 7 de la Convention se borne à interdire toute application rétroactive du droit pénal par rapport « au moment où l’infraction a été commise ». Il observe que les dispositions du CP punissant les infractions pour lesquelles le requérant a été condamné n’ont pas été modifiées après le 2 septembre 1999, date de la commission des crimes. Il note en particulier que ces crimes étaient punissables de la réclusion criminelle à perpétuité avec isolement diurne et que la peine imposée par les juridictions nationales n’a pas excédé cette limite.
84. Quant aux dispositions du CPP, elles ne devraient pas être comprises dans la notion de « peine » au sens de l’article 7. En effet, il serait inapproprié de permettre à un individu d’évaluer les conséquences du crime qu’il pourrait commettre en calculant aussi les réductions de peine dont il pourrait bénéficier en fonction de ses choix de procédure. Une telle approche empêcherait de modifier le CPP. Le principe nullum crimen sine lege ne concerne que les dispositions de droit pénal matériel, alors que les dispositions de procédure sont normalement rétroactives puisqu’elles sont régies par le principe tempus regit actum. Conclure autrement reviendrait à accorder une réduction de peine à la suite de chaque abrogation ou modification des dispositions du CPP. Par ailleurs, la circonstance que, à la différence de l’article 6, qui s’applique à la « matière pénale », l’article 7 de la Convention se réfère à « l’infraction », démontrerait que cette dernière disposition concerne uniquement le droit pénal et non les règles de procédure.
85. En tout état de cause, il n’y aurait eu en l’espèce aucune application rétroactive des règles de procédure au détriment du requérant. Le Gouvernement observe à cet égard qu’au moment où les crimes ont été commis (le 2 septembre 1999), la loi ne prévoyait pas la possibilité de demander la procédure abrégée lorsque les faits reprochés étaient punis par la réclusion criminelle à perpétuité. Cette possibilité n’a été introduite que par la loi no 479 du 16 décembre 1999. La raison d’être du principe consacré par l’article 7 de la Convention étant de faire connaître au délinquant les actes qui engagent sa responsabilité pénale et les peines auxquelles il s’expose, il serait inacceptable qu’un individu puisse prendre des décisions en matière de commission de crimes eu égard aussi à des développements postérieurs à celui de l’infraction.
b) Violation alléguée du principe de rétroactivité de la loi pénale plus douce
i) Thèse du requérant
86. Le requérant soutient que l’article 7 de la Convention garantit non seulement la non-rétroactivité de la loi pénale, mais également le principe – prévu de manière explicite par l’article 15 du Pacte des Nations Unies relatif aux droits civils et politiques, par l’article 49 de la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne et par l’article 9 de la Convention américaine relative aux droits de l’homme (paragraphes 35-37 ci-dessus) – selon lequel, si la loi en vigueur au moment de la commission de l’infraction et les lois postérieures sont différentes, il faut appliquer celle qui est la plus favorable à l’accusé. Dès lors, cette disposition serait violée chaque fois que les tribunaux appliquent une peine plus lourde que celle qui était prévue par la loi en vigueur à tout moment compris entre la commission de l’infraction et le prononcé du jugement. Le requérant se

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