AFFAIRE ENEA c. ITALIE - A.N.P.T.ES.
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Testo originale e tradotto della sentenza selezionata

AFFAIRE ENEA c. ITALIE

Tipologia: Sentenza
Importanza: 1
Articoli: 41, 03, 35, 06, 08
Numero: 74912/01/2009
Stato: Italia
Data: 2009-09-17 00:00:00
Organo: Grande Camera
Testo Originale

Conclusione Parzialmente inammissibile; non-violazione dell’art. 3 (risvolto materiale); Violazione dell’art. 6-1; non-violazione dell’art. 6-1; violazione dell’art. 8; morale – constatazione di violazione sufficiente
GRANDE CAMERA
CAUSA ENEA C. ITALIA
( Richiesta no 74912/01)
SENTENZA
STRASBURGO
17 settembre 2009
Questa sentenza è definitiva. Può subire dei ritocchi di forma.

Nella causa Enea c. Italia,
La Corte europea dei diritti dell’uomo, riunendosi in una Grande Camera composta da:
Jean-Paul Costa, presidente, Nicolas Bratza, Francesca Tulkens, Josep Casadevall, Nina Vajić, Anatoly Kovler, Vladimiro Zagrebelsky, Alvina Gyulumyan, Renate Jaeger, Sverre Erik Jebens, Danutė Jočienė,,,
Ján Šikuta, Dragoljub Popović, Giorgio Malinverni, Ledi Bianku, Ann Power, Işıl Karakaş, giudici,
e dA Vincent Berger, giureconsulto,
Dopo avere deliberato in camera del consiglio il 5 novembre 2008 ed il 24 giugno 2009,
Rende la sentenza che ha adottatO IN questa ultima datA:
PROCEDIMENTO
1. All’origine della causa si trova una richiesta (no 74912/01) diretta contro la Repubblica italiana e IN cui un cittadino di questo Stato, il Sig. S. E. (“il richiedente”), ha investito la Corte il 31 agosto 2000 in virtù dell’articolo 34 della Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“la Convenzione”).
2. Il richiedente adduceva in particolare che le sue condizioni di salute non erano compatibili col regime speciale di detenzione al quale era sottoposto; che questo regime violava il suo diritto al rispetto della sua vita familiare e della sua corrispondenza; che il suo diritto ad un tribunale per contestare la proroga dell’applicazione di suddetto regime non era garantito.
3. La richiesta è stata assegnata alla prima sezione della Corte (articolo 52 § 1 dell’ordinamento). Il 23 settembre 2004, una camera di suddetta sezione, composta dai giudici di cui segue, il nome: Christos Rozakis, presidente, Francesca Tulkens, Nina Vajić, Anatoly Kovler, Vladimiro Zagrebelsky, Elisabetta Steiner, Khanlar Hajiyev, giudici, così come da Søren Nielsen, cancelliere di sezione, ha dichiarato la richiesta parzialmente inammissibile e ha deciso di comunicare i motivi di appello tratti dagli articoli 3, 8, 6 § 1 e 9 della Convenzione al Governo. Il 3 maggio 2005, la camera della terza sezione alla quale la richiesta era stata assegnata ha comunicato i primi tre motivi di appello sollevati dal richiedente che riguardavano la sua destinazione ad un settore speciale della prigione al Governo. Avvalendosi dell’articolo 29 § 3 della Convenzione, ha deciso poi che sarebbero stati trattati l’ammissibilità ed il merito dalla causa allo stesso tempo. Il 1 luglio 2008, una camera della seconda sezione, composta dai giudici di cui segue il nome: Francesca Tulkens, presidentessa, Antonella Mularoni, Vladimiro Zagrebelsky, Danutė Jočienė, Dragoljub Popović, Andrįs Sajó, Işıl Karakaş, giudici, così come da Sally Dollé, cancelliera di sezione, si è disfatta a profitto della Grande Camera, nessuna delle parti essendosi opposta (articoli 30 della Convenzione e 72 dell’ordinamento).
4. La composizione della Grande Camera è stata definita conformemente agli articoli 27 §§ 2 e 3 della Convenzione e 24 dell’ordinamento. All’epoca delle deliberazioni finali, Ján Šikuta, supplente, ha sostituito Christos Rozakis, impossibilitato (articolo 24 § 3 dell’ordinamento).
5. Tanto il richiedente che il Governo hanno depositato un esposto sul merito della causa. Alcune osservazioni sono state ricevute anche dal governo della Slovacchia, che il presidente aveva autorizzato ad intervenire nel procedimento scritto, articoli 36 § 2 della Convenzione e 44 § 2 dell’ordinamento.
6. Un’udienza si è svolta in pubblico al Palazzo dei diritti dell’uomo, a Strasburgo, il 5 novembre 2008 (articolo 59 § 3 dell’ordinamento).
Sono comparsi:
-per il Governo
Sigg. F. Crisafulli, coagente, N. Lettieri, coagente aggiunge;
-per il richiedente il
M. E., avvocato, il
V., avvocato, consigliere, la Sig.ra F. S., avvocato, consigliera,.
La Corte li ha ascoltati nelle loro dichiarazioni. Il Sig. Lettieri ed E. hanno risposto anche alle domande poste dalla Corte.
IN FATTO
I. LE CIRCOSTANZE DELLO SPECIFICO
7. Il richiedente è nato nel 1938 e risiede in Italia.
A. Le decisioni giudiziali concernente il richiedente
8. Il richiedente fu posto in detenzione il 23 dicembre 1993.
9. Fu in particolare oggetto di parecchi procedimenti penali, alla conclusione dalle quali fu condannato a pene detentive, per appartenenza ad un’associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e porto illegale di armi da fuoco. L’insieme delle pene inflitte all’interessato diede adito a decisione di accumulo, presa il 27 dicembre 2001 dal procuratore generale presso la corte di appello di Milano, fissando a trent’ anni la pena da scontare.
B. Il regime di detenzione contemplato all’articolo 41 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria
10. Il richiedente è stato detenuto in parecchie prigioni italiane, in particolare a Palermo, Catania, Pisa e Napoli.
11. Il 10 agosto 1994, tenuto conto della pericolosità dell’interessato, il ministro della Giustizia emise un’ordinanza che lo sottoponeva, per un periodo di un anno, al regime speciale di detenzione contemplato all’articolo 41 bis, capoverso 2, della legge sull’amministrazione penitenziaria (qui di seguito, la “legge no 354 del 1975”). Modificata dalla legge no 279 del 23 dicembre 2002 (qui di seguito, la “legge no 279 del 2002”), questa disposizione permette di sospendere, totalmente o parzialmente, l’applicazione del regime normale di detenzione quando delle ragioni di ordine e di sicurezza pubblici l’esigono.
L’ordinanza del 1994 imponeva le seguente restrizioni:
-limitazione delle visite dei membri della famiglia (massime): una visita al mese, di una durata di un’ora,;
-interdizione di incontrare dei terzi;
-interdizione di utilizzare il telefono;
-interdizione di ricevere o di mandare all’esterno delle somme di denaro che superano un determinato importo;
-interdizione di ricevere più di due pacchi al mese, ma possibilità di riceverne due all’ anno contenenti della biancheria;
-interdizione di organizzare delle attività culturali, ricreative e sportive;
-interdizione di eleggere un rappresentante dei detenuti e di essere eletto come tale;
-interdizione di esercitare delle attività artigianali;
-interdizione di acquistare degli alimenti che richiedono una cottura;
-limitazione del tempo di passeggiata alle due ore al giorno.
12. Inoltre, tutta la corrispondenza del richiedente doveva essere sottoposta a controllo, su autorizzazione preliminare dell’autorità giudiziale.
13. L’applicazione del regime speciale fu in seguito prorogata in diciannove riprese, per i periodi successivi di un anno o di sei mesi.
Ogni ordinanza riguardava un periodo limitato:
10 agosto 1994-9 agosto 1995 (ordinanza no 1)
5 agosto 1995-5 febbraio 1996 (ordinanza no 2)
2 febbraio 1996-2 agosto 1996 (ordinanza no 3)
31 luglio 1996-31 gennaio 1997 (ordinanza no 4)
4 febbraio 1997-4 agosto 1997 (ordinanza no 5)
31 luglio 1997-31 gennaio 1998 (ordinanza no 6)
4 febbraio 1998-4 agosto 1998 (ordinanza no 7)
30 luglio 1998-30 gennaio 1999 (ordinanza no 8)
27 gennaio 1999-27 luglio 1999 (ordinanza no 9)
22 luglio 1999-31 dicembre 1999 (ordinanza no 10)
23 dicembre 1999-23 giugno 2000 (ordinanza no 11)
22 giugno 2000-31 dicembre 2000 (ordinanza no 12)
21 dicembre 2000-21 giugno 2001 (ordinanza no 13)
18 giugno 2001-18 dicembre 2001 (ordinanza no 14)
13 dicembre 2001-13 giugno 2002 (ordinanza no 15)
10 giugno 2002-31 dicembre 2002 (ordinanza no 16)
28 dicembre 2002-22 dicembre 2003 (ordinanza no 17)
23 dicembre 2003-23 dicembre 2004 (ordinanza no 18)
17 dicembre 2004-17 dicembre 2005 (ordinanza no 19)
14. Contro la maggior parte di queste ordinanze, il richiedente introdusse dei ricorsi dinnanzi al tribunale d’applicazione delle pene (qui di seguito, il “TAP”) di Napoli. Risulta dalla pratica che il richiedente non è ricorso in cassazione contro le decisioni del TAP, perché, secondo lui, l’alta giurisdizione avrebbe respinto in ogni modo i ricorsi per perdita di interesse, nella misura in cui i termini di validità delle ordinanze riguardate erano scaduti.
-In quanto all’ordinanza no 1
Ad una data non precisata, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 10 agosto 1994. Con una decisione del 28 febbraio 1995, il TAP respinse il ricorso, stimando che l’applicazione del regime speciale di detenzione era giustificata. Tuttavia, le restrizioni furono ammorbidite dalla decisione di autorizzare una conversazione telefonica di un’ora al mese coi membri della famiglia, in mancanza di visita di questi, e di annullare la limitazione del tempo di passeggiata così come l’interdizione di acquistare degli alimenti che richiedevano una cottura.
-In quanto all’ordinanza no 3
Il 9 febbraio 1996, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 2 febbraio 1996. Con una decisione del 26 marzo 1996, depositata alla cancelleria del TAP il 30 marzo 1996 e notificata all’interessato il 30 aprile 1996, il TAP dichiarò il ricorso inammissibile al motivo che, secondo una giurisprudenza restrittiva seguita all’epoca, la giurisdizione di giudizio non aveva competenza per esaminare la fondatezza delle limitazioni ordinate.
-In quanto all’ordinanza no 5
Il 6 febbraio 1997, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 4 febbraio 1997, notificata l’indomani. Con una decisione del 6 maggio 1997, depositata alla cancelleria il 15 maggio 1997 e notificata all’interessato il 21 maggio 1997, il tribunale, pure confermando l’applicazione del regime speciale, ammorbidisce la limitazione relativa alle visite dei membri della famiglia autorizzando due visite al mese di una durata di un’ora ciascuna.
-In quanto all’ordinanza no 6
Il 4 agosto 1997, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 31 luglio 1997, notificata il 2 agosto 1997. Con una decisione del 16 ottobre 1997, depositata alla cancelleria il 22 ottobre 1997 e notificata all’interessato il 24 ottobre 1997, il TAP, pure confermando l’applicazione del regime speciale, tolse la limitazione concernente il numero di visite dei membri della famiglia.
-In quanto all’ordinanza no 7
Il 9 febbraio 1998, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 4 febbraio 1998. Con una decisione del 2 luglio 1998, depositata alla cancelleria il 9 luglio 1998 e notificata all’interessato il 12 agosto 1998, il TAP respinse il ricorso al motivo che le limitazioni imposte al richiedente erano giustificate.
-In quanto all’ordinanza no 8
Il 3 agosto 1998, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 30 luglio 1998, notificata l’indomani. Con una decisione del 30 novembre 1998, depositata alla cancelleria il 9 dicembre 1998 e notificata all’interessato il 23 dicembre 1998, il TAP respinse il ricorso al motivo che le limitazioni imposte al richiedente erano giustificate.
-In quanto all’ordinanza no 9
Il 1 febbraio 1999, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 27 gennaio 1999. Con una decisione del 7 ottobre 1999, depositata alla cancelleria il 20 ottobre 1999 e notificata all’interessato ad una data non precisata, il TAP dichiarò il ricorso inammissibile. Constatò che il periodo di applicazione dell’ordinanza era scaduto il 27 luglio 1999 e che, per questo fatto, il richiedente aveva perso ogni interesse all’esame del ricorso.
-In quanto all’ordinanza no 10
Il 27 luglio 1999, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 22 luglio 1999, notificata il 24 luglio 1999. La conclusione di questo ricorso non è stata comunicata alla Corte.
-In quanto all’ordinanza no 11
Il 28 dicembre 1999, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 23 dicembre 1999. Con una decisione dell’ 11 maggio 2000, depositata alla cancelleria il 23 maggio 2000 e notificata all’interessato il 21 luglio 2000, il TAP dichiarò il ricorso inammissibile, nella misura in cui il richiedente aveva dichiarato di rinunciarvi.
-In quanto all’ordinanza no 12
Il 26 giugno 2000, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 22 giugno 2000, notificata il 23 giugno 2000. Con una decisione del 6 novembre 2001, il TAP respinse il ricorso al motivo che l’ordinanza controversa era scaduta.
-In quanto all’ordinanza no 13
Ad una data non precisata, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 21 dicembre 2000. Con una decisione del 23 aprile 2001, depositata alla cancelleria il 3 maggio 2001, il TAP respinse il ricorso, stimandolo non supportato.
-In quanto all’ordinanza no 14
Il 21 giugno 2001, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 18 giugno 2001, notificata il 20 giugno 2001. Con una decisione del 14 novembre 2001, il TAP respinse il ricorso al motivo che l’applicazione del regime speciale di detenzione era giustificata allo vista della pericolosità del richiedente e dei suoi legami con l’ambiente criminale.
-In quanto all’ordinanza no 15
Il 17 dicembre 2001, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 13 dicembre 2001, notificata il 14 dicembre 2001. Con una decisione dell’ 11 aprile 2002, il TAP respinse il ricorso, stimandolo non supportato.
-In quanto all’ordinanza no 17
Ad una data non precisata, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 28 dicembre 2002. Chiese al TAP di sollevare dinnanzi alla Corte costituzionale la questione della compatibilità dell’articolo 41 bis, capoverso 2 bis (come modificato dalla nuova legge no 279 del 2002) con parecchi articoli della Costituzione.
Con una decisione del 3 marzo 2003, notificata al richiedente l’ 8 aprile 2003, il TAP ordinò la trasmissione della pratica alla Corte costituzionale. Questa decisione fu presa al motivo che un problema di costituzionalità poteva porsi, nella misura in cui la legge no 279 del 2002 non contemplava l’obbligo, per il ministro della Giustizia, di motivare le ordinanze. Il TAP osservò in particolare che nello specifico il richiedente era sottoposto a regime speciale di detenzione dal 1994 e che i motivi su cui vertevano le ordinanze di proroga dell’applicazione di suddetto regime riguardavano la persistenza dei legami tra l’interessato e le organizzazioni criminali di cui faceva parte, questo malgrado l’assoggettamento al regime di detenzione differenziata.
Con la decisione no 417 del 13 dicembre 2004, depositata alla cancelleria il 23 dicembre 2004, la Corte costituzionale respinse l’eccezione di incostituzionalità sollevata dal TAP, stimandola o manifestamente mal fondato.
-In quanto all’ordinanza no 18
Ad una data non precisata, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 23 dicembre 2003. Stimava che il regime speciale, da una parte, faceva ostacolo alla sua rieducazione, a disprezzo dell’articolo 27 della Costituzione, e, dall’altro parte, non rispettava le esigenze legate alla sua personalità, ciò che era contrario all’articolo 13 della legge no 354 del 1975.
Con una decisione del 19 novembre 2004, depositata alla cancelleria il 15 dicembre 2004, il TAP respinse il ricorso sul fondamento delle investigazioni della polizia, al motivo che l’applicazione del regime speciale era giustificata in ragione dei legami del richiedente con la criminalità organizzata.
-In quanto all’ordinanza no 19
Il 23 dicembre 2004, il richiedente introdusse un ricorso contro l’ordinanza del 17 dicembre 2004. Con una decisione dell’ 11 febbraio 2005, depositata alla cancelleria il 28 febbraio 2005, il TAP accolse il ricorso dell’interessato. Stimò che le ragioni di sicurezza che avevano motivato l’applicazione del regime speciale di detenzione non erano più di attualità ed ordinò quindi la revoca della misura in questione.
C. Il collocamento del richiedente in un settore penitenziario a livello di elevata sorveglianza (Elevato Indice di Vigilanza-E.I.V.)
15. Il 1 marzo 2005, l’amministrazione penitenziaria pose il richiedente in un settore a livello elevato di sorveglianza (“E.I.V. “).
16. Il 24 aprile 2008, il giudice dell’applicazione delle pene di Napoli ordinò, provvisoriamente e fino alla decisione del tribunale dell’applicazione delle pene, la sospensione dell’esecuzione della pena e la rimessa in libertà del richiedente affinché potesse subire un intervento chirurgico urgente. Questa decisione fu confermata il 2 ottobre 2008 dal tribunale dell’applicazione delle pene della stessa città.
D. Lo stato di salute del richiedente
17. Il richiedente è colpito da parecchie patologie che lo obbligavano ad utilizzare una sedia a rotelle . Dal giugno 2000 al febbraio 2005, ha scontato la sua pena nella sezione del servizio medico della prigione di Napoli (Secondigliano) che è destinata ai detenuti sottomessi al regime dell’articolo 41 bis.
18. Ad una data non specificata, il richiedente pregò il TAP di Napoli di rinviare l’esecuzione della pena per ragioni di salute, in applicazione degli articoli 146 e 147 del codice penale. Con una decisione del 18 gennaio 2001, il TAP, basandosi sul rapporto stabilito dall’équipe medica della prigione, respinse l’istanza del richiedente al motivo che questo era detenuto nel servizio medico della prigione e beneficiava di cure adattate al suo stato di salute.
19. Ad una data non precisata, il richiedente rinnovò presso il giudice d’applicazione delle pene la sua istanza di sospensione dell’esecuzione della pena per ragioni di salute. Con una decisione del 22 marzo 2002, il giudice respinse l’istanza al motivo che lo stato di salute dell’interessato non era incompatibile con la detenzione nel servizio medico della prigione. Questa decisione fu confermata dal TAP di Napoli il 2 luglio 2002.
20. Nel febbraio 2007, dopo avere ottenuto l’autorizzazione del tribunale dell’applicazione delle pene, il richiedente fu condotto in un ospedale civile di Napoli per un intervento destinato a togliergli un rene.
21. Il 24 aprile 2008, il giudice dell’applicazione delle pene sospese provvisoriamente l’esecuzione della pena ed ordinò la rimessa in libertà del richiedente affinché potesse subire un intervento chirurgico urgente (paragrafo 16 sopra).
22. Secondo le informazioni fornite alla Corte dalle parti, il 2 ottobre 2008 il TAP di Napoli ordinò la sospensione dell’esecuzione della pena in ragione dello stato di salute dell’interessato. Questo aveva subito l’ablazione di uno dei due meningiome il 3 settembre 2008 ed il suo stato di salute era incompatibile con la detenzione. Il tribunale accordò gli arresti domiciliari per un periodo di sei mesi vietando ogni contatto con le persone che non fossero i membri della famiglia del richiedente ed il personale medico. Imponendo questa forma di controllo, il tribunale si è basato sulla personalità criminale dell’interessato, la durata della pena ed una nota della questura di Palermo del 16 aprile 2008.
23. La Corte non è stata informata dello stato di salute reale del richiedente.
E. Il controllo della corrispondenza del richiedente
24. Il 10 agosto 1994, il ministro della Giustizia emise la prima ordinanza che sottoponeva il richiedente al regime speciale di detenzione ed ordinò la sottomissione di tutta la sua corrispondenza a controllo, su autorizzazione preliminare dell’autorità giudiziale (paragrafi 11 e 12 sopra).
25. Le decisioni delle giurisdizioni dell’applicazione delle pene di Napoli in questo senso che sono state comunicate alla Corte, riguardano il periodo compreso tra il 2 luglio 1996 ed il 7 luglio 2004. Le prime decisioni imponevano la misura in questione su tutta la corrispondenza, senza indicare la durata del controllo. A partire dal 3 agosto 1999, il giudice dell’applicazione delle pene fissò una durata massimale di sei mesi ed escludeva in particolare dal controllo la corrispondenza con la Corte europea.
26. Il richiedente ha prodotto copia di una lettera non datata e di una busta destinata alla Sig.ra V., che portava la data della spedizione, il 3 marzo 2000. I due documenti sono stati controllati dalle autorità penitenziarie, ma i timbri applicati non indicavano nessuna data.
F. Le istanze formate dal richiedente in vista dell’ottenimento di permessi di uscita
27. Il 16 ottobre 1999, il richiedente chiese al tribunale di Milano di accordargli un permesso di uscita per permettergli di assistere al funerale di suo fratello. Il 18 ottobre 1999, il tribunale fece diritto alla sua istanza, ma subordinò il permesso a modalità che sarebbero state eventualmente fissate dalle giurisdizioni d’applicazione delle pene. Ordinò anche la comunicazione della sua decisione “alle altre autorità giudiziali interessate, alla procura ed al richiedente”.
28. Risulta dalla pratica che, il 19 ottobre 1999, la corte di appello di Milano respinse l’istanza del richiedente in ragione dei rischi di fuga. Questa decisione fu depositata alla cancelleria il 21 ottobre 1999.
29. Il richiedente ha affermato di avere chiesto anche di beneficiare di un permesso di uscita per partecipare al funerale della sua compagna.
II. IL DIRITTO E LE PRATICA INTERNA PERTINENTI
A. L’articolo 41 bis della legge no 354 di 1975 ed il controllo della corrispondenza
30. Il diritto e la pratica interna pertinenti riassunti nella sentenza Ospina Vargas c. Italia (no 40750/98 §§ 23-33, 14 ottobre 2004) si presentano come segue.
31. L’articolo 41 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria (legge no 354 del 26 luglio 1975) nel suo tenore modificato dalla legge no 356 del 7 agosto 1992, conferisce al ministro della Giustizia il potere di sospendere completamente o parzialmente l’applicazione del regime penitenziario ordinario, come previsto dalla legge no 354 del 1975, con ordinanza motivata e controllabile da parte dell’autorità giudiziale, per ragioni di ordine e di sicurezza pubblici, quando il regime ordinario della detenzione sarebbe in conflitto con queste ultime esigenze.
Simile disposizione può essere applicata unicamente a riguardo dei detenuti perseguiti o condannati per i reati indicati all’articolo 4 bis della stessa legge tra cui figurano dei reati legati alle attività mafiose .
Per effetto della legge no 36 del 1995, poi della legge no 11 del 1998 e della legge no 446 del 1999, l’applicabilità del regime contemplato all’articolo 41 bis è stata prorogata fino al 31 dicembre 2000. Poi, per effetto della legge no 4 del 19 gennaio 2001, suddetta applicabilità è stata prorogata fino al 31 dicembre 2002. Con l’entrata in vigore, il 23 dicembre 2002, della legge no 279 che ha modificato parzialmente la legge sull’amministrazione penitenziaria, il regime speciale di detenzione ha perso il suo carattere provvisorio.
Sulla base del decreto legislativo no 773/2009, il regime speciale è applicato oramai per un periodo iniziale di quattro anni, al posto di un anno precedentemente che può essere prorogata poi di due anni, al posto di un anno precedentemente.
32. Prima dell’entrata in vigore della legge no 279 del 2002, la scelta delle misure che risultano dall’applicazione dell’articolo 41 bis veniva lasciata a discrezione del ministro della Giustizia. Suddette misure erano tuttavia, generalmente le seguenti:
-interdizione di partecipare alla gestione del cibo ed all’organizzazione delle attività ricreative dei detenuti;
-interdizione di intrattenersi con altre persone che non fossero i membri della famiglia, il convivente o l’avvocato;
-limitazione degli incontri coi membri della famiglia al numero di due al mese e delle conversazioni telefoniche al numero di una al mese;
-controllo di tutta la corrispondenza del detenuto, salvo quella col suo avvocato,;
-interdizione di passare all’aperto più di due ore;
-limitazione delle possibilità di acquistare o di ricevere dell’esterno dei beni personali autorizzati dall’ordinamento interno della prigione;
-possibilità di ricevere due pacchi al mese al massimo;
-interdizione di ricevere o di mandare verso l’esterno delle somme di denaro;
-interdizione di esercitare delle attività artigianali che implicano l’utilizzazione di attrezzi pericolosi.
33. Secondo l’articolo 14 ter della legge sull’amministrazione penitenziaria, è possibile depositare dinnanzi al tribunale dell’applicazione delle pene un reclamo (reclamo) contro l’ordinanza che impone un regime speciale di detenzione, questo entro dieci giorni a contare della data della comunicazione dell’ordinanza all’interessato. Il reclamo non ha nessuno effetto sospensivo. Il tribunale deve decidere entro dieci giorni. Per contestare la decisione del tribunale d’applicazione delle pene, è possibile ricorrere dinnanzi alla Corte di cassazione che può essere investita anche nei dieci giorni consecutivi alla notifica del rigetto da parte del tribunale.
Fino all’entrata in vigore della legge no 279 del 2002, il suddetto articolo 14 ter si applicavaanche ai reclami concernenti le ordinanze adottate dal ministro della Giustizia in applicazione dell’articolo 41 bis. I paragrafi 2 quinquies e 2 sexies dell’articolo 41 bis contemplano quindi un procedimento di reclamo specifico che è ricalcato però, in sostanza, su quello previsto dall’articolo 14 ter.
34. La Corte costituzionale è stata investita della questione di sapere se il principio della dominio riservato al legislatore è rispettato da tale sistema. Nelle sue sentenze numeri 349 e 410 del 1993, la Corte costituzionale ha stimato che l’articolo 41 bis è compatibili con la Costituzione. Ha considerato difatti che, sebbene il regime speciale di detenzione ai sensi della disposizione in questione sia stabilito concretamente dal ministro, l’ordinanza di questo ultimo può tuttavia essere attaccato dinnanzi ai giudici d’applicazione delle pene che esercitano ora un controllo sulla sua necessità, ora sulle misure concrete che devono essere applicate al detenuto riguardato che non possono arrivare in ogni caso mai ad un trattamento disumano.
Però, basandosi sull’articolo 15 della Costituzione che contempla in particolare che le restrizioni riguardanti la corrispondenza possono fondarsi unicamente su un atto motivato dell’autorità giudiziale, la Corte costituzionale ha precisato che il potere di sottoporre la corrispondenza di un detenuto a controllo appartiene esclusivamente all’autorità giudiziale. Perciò, l’articolo 41 bis non può essere interpretato come se conferisse al ministro della Giustizia il potere di prendere delle misure concernenti la corrispondenza dei detenuti. Ne segue che a partire dalla fine del 1993, il controllo della corrispondenza si basa unicamente sull’articolo 18 della legge no 354 del 1975, come modificato dall’articolo 1 della legge no 1 del 1977.
Secondo la disposizione suddetta, il giudice investito della causa, fino alla decisione di prima istanza, o il giudice d’applicazione delle pene, durante l’ ulteriore svolgimento del procedimento, può ordinare il controllo della corrispondenza per mezzo di una decisione motivata; però, la norma non precisa in che casi tale decisione può essere presa. Il controllo in questione consiste concretamente nell’intercettazione e la lettura, da parte dell’autorità giudiziale che ha ordinato questa misura, del direttore della prigione o del personale penitenziario nominato da questo ultimo, di tutta la corrispondenza di un detenuto, così come nell’apposizione sulle lettere di un timbro che serve a provare la realtà di suddetto controllo. La cancellazione di parole o di frasi non è autorizzata; tuttavia, l’autorità giudiziale può ordinare che una o parecchie lettere non vengano dare al destinatario e devono informare subito il detenuto. Questa ultima misura può essere ordinata anche provvisoriamente dal direttore della prigione che deve informare l’autorità giudiziale.
Peraltro, l’articolo 18 della legge no 354 del 1975 stabilisce che i detenuti sono autorizzati a tenere dei libri e delle riviste ed ad utilizzare altri mezzi di comunicazione. Questo diritto può essere sottomesso a limitazioni con decisione dell’autorità giudiziale, secondo le stesse modalità che quelle contemplate per la corrispondenza.
In virtù dell’articolo 35 della stessa legge, contro le decisioni adottate in applicazione dell’articolo 18 della legge no 354/1975, i detenuti possono indirizzare delle istanze o dei reclami sotto plico sigillato, in particolare alle autorità penitenziarie ed al giudice dell’applicazione delle pene.
35. Con la sentenza no 351 del 14-18 ottobre 1996, la Corte costituzionale ha giudicato che il potere di controllo dei tribunali d’applicazione delle pene si estende alle modalità concrete di applicazione della misura, al tempo stesso rispetto allo scopo perseguito ed alla luce dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.
36. Il 7 febbraio 1997, in applicazione dei principi enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza no 351/1996, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria presso il ministero della Giustizia indirizzò ai direttori delle strutture penitenziarie una lettera circolare concernente l’organizzazione delle sezioni dove sono posti i detenuti sottoposti al regime speciale. Questa circolare conteneva in particolare le seguenti istruzioni: i prigionieri erano autorizzati oramai ad utilizzare dei fornelli; avevano il diritto di frequentare locali attrezzati per le attività sportive e la biblioteca; gli incontri coi membri della famiglia potevano essere sostituiti da chiamate telefoniche; le pareti a vetrata utilizzate all’epoca degli incontri erano mantenute ma, per questo fatto, la perquisizione dei visitatori diventava meno rigorosa.
37. Con la sentenza no 376 del 26 novembre – 5 dicembre 1997, la Corte costituzionale ha ricordato che l’articolo 41 bis è compatibile con la Costituzione, pure modificandone e precisandone l’interpretazione che conviene fare. L’alta giurisdizione ha considerato in particolare che le ordinanze che impongono il regime speciale devono appellarsi a delle ragioni concrete riguardanti l’ordine la sicurezza pubblici, e che anche le decisioni di prorogare tale regime devono basarsi su dei motivi indipendenti da quelli che ne avevano giustificato l’imposizione, e sufficienti. La Corte costituzionale ha escluso che il regime speciale possa costituire un trattamento disumano o che impedisce il reinserimento del detenuto, il che sarebbe contrario all’articolo 27 della Costituzione. Ha precisato tuttavia che non cessa mai di applicarsi l’articolo 13 della legge sull’amministrazione penitenziaria, ai termini del quale il trattamento al quale viene sottoposto il detenuto deve rispettare le esigenze della sua personalità ed un programma di rieducazione deve essere stabilito e modificato sulla base dell’osservazione scientifica della personalità del detenuto ed in collaborazione con lui.
38. Il 20 febbraio 1998, in applicazione dei principi enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza no 376/1997, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria presso il ministero della Giustizia ha indirizzato una lettera circolare ai direttori delle strutture penitenziarie concernente l’organizzazione delle sezioni in cui si trovano i detenuti sottoposti al regime speciale. Questa circolare conteneva in particolare le seguenti istruzioni:
-la regolamentazione della passeggiata all’aperto è stata modificata e la sua durata è stata portata alle quattro ore al giorno, con la necessità però di fare attenzione affinché la permanenza non diventi l’occasione di incontri o contatti con altri membri supposti di appartenenza alla mafia;
-è stato contemplato anche che gli spazi all’aperto destinati alla passeggiata, nelle prigioni di Napoli e di Pisa, siano attrezzati in modo da permettere l’esercizio fisico ed un’attività sportiva;
-la creazione di una o di parecchie sale destinate alle attività sociali, culturali e ricreative è stata contemplata in ogni sezione destinata all’assegnazione, a titolo definitivo o per ragioni sanitarie, di detenuti sottomessi a regime speciale,;
-per ciò che riguarda le attività di lavoro, la circolare contempla che quando non è possibile attrezzare una prigione, i detenuti dovranno avere accesso ai locali contemplati a questo effetto in altre strutture penitenziarie, secondo le modalità che permettono di escludere ogni possibilità di incontri o contatti con altri membri supposti di appartenere alla mafia,;
-gli incontri coi bambini di meno di sedici anni possono avere luogo senza parete di vetro; se l’incontro si svolge in presenza di altre persone, la mancanza di parete di vetro viene limitata ai bambini e non può superare un sesto della durata totale dell’incontro;
-i detenuti sottomessi al regime speciale possono ricevere dei pacchi contenenti delle derrate alimentari, eccetto quelle che richiedono una cottura, poiché l’uso di fornelli è vietato salvo per riscaldare delle bevande o alimenti precotti.
39. Per ciò che riguarda il controllo della corrispondenza, deliberando su una causa relativa al rifiuto delle autorità penitenziarie di autorizzare un detenuto a ricevere una pubblicazione a contenuto erotico (con la sentenza no 26 del 8-11 febbraio 1999) la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale gli articoli 35 (relativo ai ricorsi aperti ai detenuti) e 69, relativo alle funzioni ed alle decisioni del giudice d’applicazione delle pene, della legge no 354 del 1975 per il fatto che non contemplano un ricorso che si possa qualificare come giurisdizionale contro una decisione suscettibile di recare offesa ai diritti dei detenuti, e in particolare contro una decisione relativa al controllo della corrispondenza o alle limitazioni del diritto di ricevere delle riviste o altri periodici. In fatto, la decisione delle autorità investite in virtù dell’articolo 35 viene adottata senza procedimento contraddittorio, non ha nessuno valore costrittivo e non può essere oggetto di nessuno altro ricorso. La mancanza di una via di ricorso era in materia, peraltro, stata già constatata e sanzionata dalla Corte europea nelle sentenze Calogero Diana c. Italia e Domenichini c. Italia (15 novembre 1996, Raccolta delle sentenze e decisioni 1996-V).
40. In seguito all’entrata in vigore della legge no 95 del 8 aprile 2004, un nuovo articolo 18 ter concernente il controllo della corrispondenza è stato aggiunto alla legge sull’amministrazione penitenziaria. La nuova norma contempla che tale controllo può essere effettuato, per un periodo massimale di sei mesi, per evitare la commissione di crimini o di proteggere la sicurezza delle strutture penitenziarie ed il segreto delle investigazioni. Il controllo è messo in opera in virtù di un’ordinanza motivata dell’autorità giudiziale, su istanza del pubblico ministero o del direttore della struttura riguardata. Il paragrafo 2 dell’articolo 18 ter esclude dal controllo la corrispondenza del detenuto con, in particolare, il suo avvocato e gli organi internazionali competenti in materia di diritti dell’uomo. Infine, in virtù del paragrafo 6 dello stesso articolo, le decisioni concernenti il controllo della corrispondenza possono essere oggetto di un reclamo depositato secondo il procedimento contemplato all’articolo14 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria.
41. Così come risulta dal rapporto ufficiale del ministero della Giustizia comunicato alla Corte dal Governo nel maggio 2004, le misure che possono risultare dall’applicazione dell’articolo 41 bis come modificato dalla legge no 279 del 2002, che mirano ad impedire i contatti con l’organizzazione criminale o gli altri detenuti facenti parte di questa, sono le seguenti:
a) limitazione della passeggiata all’aperto alle quattro ore al giorno in gruppi di cinque persone massimo, i gruppi devono essere composti da detenuti sottoposti allo stesso tipo di regime, con una rotazione trimestrale;
b) i fornelli vengono consegnati ai detenuti all’apertura delle unità e ripresi all’epoca della chiusura, per essere tenuti all’esterno di queste;
c) interdizione di utilizzare degli apparecchi radio a modulazione di frequenza, registratori, lettori di CD;
d) limitazione degli incontri al numero minimo di uno al mese e massimo di due al mese, nei locali pianificati in modo da impedire ogni passaggio di oggetti. Interdizione degli incontri con persone che non siano i membri della famiglia, il convivente o l’avvocato, salvo autorizzazione eccezionale. È autorizzata, dopo sei mesi di applicazione del regime, una sola conversazione telefonica al mese, di una durata massimale di dieci minuti, coi membri della famiglia che devono a questo effetto recarsi presso la struttura penitenziaria più vicino al loro luogo di residenza,;
e) gli incontri, senza limitazioni, con l’avvocato sono sottoposti al solo controllo visuale di un custode. La frequenza e le modalità delle chiamate telefoniche sono identiche a quelle relative agli incontri coi membri della famiglia;
f) controllo di tutta la corrispondenza del detenuto, salvo quella coi membri del Parlamento o con le autorità europee e nazionali competenti in materia di giustizia, il contenuto della busta viene esaminato in presenza del detenuto, senza che vengano letti i testi della corrispondenza,;
g) limitazione delle possibilità di acquistare o di ricevere dall’esterno delle somme di denaro e di altri beni ed oggetti, due pacchi al mese di un peso massimo di dieci chili, più due pacchi all’ anno contenente unicamente dei vestiti e della biancheria,;
h) interdizione di farsi eleggere in quanto rappresentante dei detenuti;
i) l’accesso de ministri del culto non cattolici può essere autorizzato.
42. Tenuto conto della riforma introdotta dalla legge no 279 del 23 dicembre 2002 e delle decisioni della Corte (vedere, da ultima, la sentenza Ganci c. Italia, no 41576/98, §§ 19-31, CEDH 2003-XI) la Corte di cassazione si è scostata dalla giurisprudenza anteriore e ha stimato che un detenuto aveva interesse ad ottenere una decisione, anche se il periodo di validità dell’ordinanza attaccata era scaduto, e ciò in ragione degli effetti diretti della decisione sulle ordinanze posteriori all’ordinanza attaccata (Corte di cassazione, prima camera, sentenza del 26 gennaio 2004, depositato alla cancelleria il 5 febbraio 2004, no 4599, Zara).
B. Il collocamento in un settore penitenziario E.I.V.
43. Secondo gli articoli 13 e 14 della legge no 354 del 1975, il trattamento penitenziario deve soddisfare le esigenze proprie alla personalità di ogni detenuto. Occorre in ogni prigione e nelle sezioni delle prigioni limitare il numero di detenuti per favorire l’individualizzazione di suddetto trattamento. La destinazione dei detenuti nelle strutture penitenziarie o il loro raggruppamento in seno alle sezioni vengono decisi tenuto conto della possibilità di procedere alla loro rieducazione e della necessità di evitare le influenze negative reciproche.
44. Sulla base del principio dell’individualizzazione del trattamento penitenziario previsto da queste disposizioni e sul fondamento dell’ordinamento di esecuzione della legge no 354 del 1975, la circolare del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria no 3479/5929 del 9 luglio 1998 ha contemplato tre livelli di detenzione, corrispondenti a certe categorie di detenuti.
45. Il “settore di alta sicurezza” è destinato ai detenuti imputati o condannati per partecipazione ad un’associazione di tipo mafioso, rapimento ai fini di estorsione o traffico di stupefacenti. In ragione della pericolosità di queste persone e del rischio che facciano del proselitismo o dell’intimidazione, delle misure particolarmente rigorose che mirano a separarli dagli altri detenuti ed a garantire la loro sorveglianza vengono messe in posto. Inoltre, le attività di questi detenuti, come le passeggiate, le visite, la formazione professionale o le attività sportive, si svolgono dentro ad una zona predefinita.
46. Il “settore di sicurezza media” prevede i detenuti che sono accusati o condannati per i reati commessi in vista di facilitare le attività delle associazioni di tipo mafioso e che presentano per questo fatto un livello di pericolosità elevata.
47. Il “settore E.I.V. ” riguarda i detenuti che presentano un livello di pericolosità tale che il settore di sicurezza media si rivela inefficace a garantire l’ordine e la sicurezza pubblici. La pericolosità di questi detenuti tiene in particolare alla loro appartenenza alla criminalità terroristica, alla natura o al numero dei crimini commessi, ai tentativi di evasione o agli atti di violenza gravi perpetrati contro altri detenuti o dei custodi. Ai termini del circolare no 3479/5929, nella mancanza di disposizioni specifiche che regolano la materia, il settore E.I.V. è organizzato secondo il modello del settore di alta sicurezza. I contatti coi detenuti delle altre sezioni sono vietati ed il regime di sorveglianza è particolarmente rigoroso.
III. LA RACCOMANDAZIONE REC(2006)2 DEL COMITATO DEI MINISTRI AGLI STATI MEMBRI SULLE REGOLE PENITENZIARIE EUROPEE (ADOTTATE L’ 11 GENNAIO 2006)
48. La Raccomandazione è formulata così:
“Il Comitato dei Ministri, in virtù dell’articolo 15.b dello Statuto del Consiglio dell’Europa,
Prendendo in conto la Convenzione europea dei Diritti dell’uomo così come la giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo;
(…)
Sottolineando che l’esecuzione delle pene privative di libertà e la presa in carico dei detenuti necessita la presa in conto degli imperativi di sicurezza, di certezza e di disciplina e devono, allo stesso tempo, garantire delle condizioni di detenzione che non recano offesa alla dignità umana ed offrire delle occupazioni costruttive ed una presa in carico che permette la preparazione al loro reinserimento nella società;
(…)
Raccomanda ai governi degli Stati membri:
-di seguire nell’elaborazione delle loro legislazioni così come delle loro politiche e pratiche delle regole contenute nell’allegato alla presente raccomandazione che sostituisce la Raccomandazione no R (87) 3 del Comitato dei Ministri sulle Regole penitenziarie europee;
(…)
Allegato al Raccomandazione Rec(2006)2
(…)
“Principi fondamentali
1. Le persone private di libertà devono essere trattate nel rispetto dai diritti dell’uomo.
2. Le persone private di libertà conservano tutti i diritti che non sono stati tolti loro secondo la legge dalla decisione che li condanna ad una pena di detenzione o che li pone in detenzione provvisoria.
3. Le restrizioni imposte alle persone private di libertà devono essere ridotte allo stretto necessario e devono essere proporzionali agli obiettivi legittimi per cui sono state imposte.
(…)
18.2 in tutti gli edifici dove dei detenuti sono chiamati a vivere, a lavorare o a riunirsi:
(…)
24.1 i detenuti devono essere autorizzati a comunicare anche il più frequentemente possibile- tramite lettera, telefono o altri mezzi di comunicazione- con la loro famiglia, dei terzi e dei rappresentanti di organismi esterni, così come a ricevere delle visite di suddette persone.
24.2 ogni restrizione o sorveglianza delle comunicazioni e del visite necessaria al perseguimento ed alle inchieste penali, al mantenimento del buon ordine, della sicurezza e della certezza, così come alla prevenzione di violazioni penali ed alla protezione delle vittime-ivi compreso in seguito ad un’ordinanza specifica rilasciata da un’autorità giudiziale -deve tuttavia autorizzare un livello minimo accettabile di contatto.
(…)
24.4 le modalità delle visite devono permettere ai detenuti di mantenere e di sviluppare delle relazioni familiari in modo più normale possibile.
(…)
24.10 i detenuti devono potere tenersi regolarmente informati dei casi pubblici, potendo abbonarsi e leggendo dei giornali quotidiani, dei periodici e di altre pubblicazioni, e seguendo delle emissioni di radio o di televisione, a meno che un’interdizione non sia stata pronunciata da un’autorità giudiziale in un caso individuale e per una durata specificata.
(…)
25.2 questo regime deve permettere a tutti i detenuti di passare ogni giorno fuori dalla loro unità tanto tempo necessario per garantire un livello sufficiente di contatti umani e sociali.
25.3 questo regime deve anche prevedere ai bisogni sociali dei detenuti.
(…)
27.1 ogni detenuto deve avere l’opportunità, se il tempo lo permette, di effettuare all’aperto dell’esercizio fisico almeno un’ora al giorno.
(…)
27.3 delle attività correttamente organizzate-concepite per mantenere i detenuti in buona forma fisica, così come per permettere loro di fare dell’esercizio e di distrarsi-devono fare parte integrante dei regimi carcerari.
27.4 le autorità penitenziarie devono facilitare questo tipo di attività fornendo gli insediamenti e le attrezzature appropriate.
27.5 le autorità penitenziarie devono prendere delle disposizioni speciali per organizzare, per i detenuti che ne avessero bisogno, delle attività particolari.
27.6 delle attività ricreative –che comprendono in particolare dello sport, dei giochi, delle attività culturali, dei passatempi e la pratica di hobby -devono essere proposte ai detenuti e questi ultimi devono, per quanto possibile, essere autorizzati ad organizzarli.
(…)
29.2 il regime carcerario deve essere organizzato, per quanto possibile, in modo da permettere ai detenuti di praticare la loro religione e di seguire la loro filosofia, di partecipare ai servizi o riunioni condotti dai rappresentanti aggregati di suddette religioni o filosofie, di ricevere in privato delle visite di tali rappresentati della loro religione o della loro filosofia e di avere in loro possesso dei libri o pubblicazioni a carattere religioso o spirituale.
(…)
39. Le autorità penitenziarie devono proteggere la salute di tutti i detenuti di cui hanno la custodia.
(…)
51.1 le misure di sicurezza applicata ai detenuti individuali devono corrispondere al minimo richiesto per garantire la sicurezza della loro detenzione.
(…)
51.4 ogni detenuto è sottoposto poi ad un regime di sicurezza che corrisponde al livello di rischio identificato.
51.5 il livello di sicurezza necessaria deve essere rivalutato regolarmente durante la detenzione dell’interessato.
Sicurezza
52.1 il più velocemente possibile dopo la sua ammissione, ogni detenuto deve essere valutato per determinare se pone un rischio per la sicurezza degli altri detenuti, del personale penitenziario o delle persone che lavorano nella prigione o che regolarmente gli fanno visita, così da stabilire se presenta un rischio.
52.2 dei procedimenti devono essere messi a posto per garantire la sicurezza dei detenuti, del personale penitenziario e di tutti i visitatori, così come per ridurre al minimo i rischi di violenze ed altri incidenti che potrebbero minacciare la sicurezza.
(…)
53.1 il ricorso alle misure di alta sicurezza o di sicurezza viene autorizzato solamente in circostanze eccezionali.
53.2 dei procedimenti chiari, da applicare in occasione del ricorso a tali misure per ogni detenuto, devono essere stabiliti.
53.3 la natura di queste misure, la loro durata ed i motivi che permettono di ricorrervi deve essere determinato dal diritto interno.
53.4 l’applicazione delle misure deve essere, in ogni caso, approvata con l’autorità competente per un periodo dato.
53.5 ogni decisione di estensione del periodo di applicazione deve essere oggetto di una nuova approvazione da parte dell’autorità competente.
(…) “
IN DIRITTO
I. SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL’ARTICOLO 3 DELLA CONVENZIONE
49. Il richiedente adduce che il suo mantenimento in detenzione, tenuto conto in particolare del suo stato di salute, ha costituito un trattamento contrario all’articolo 3 della Convenzione. Ai termini di questa disposizione,
“Nessuno può essere sottomesso a tortura né a pene o trattamenti disumani o degradanti. “
50. Il Governo si oppone a questa tesi.
A. Sull’ammissibilità
51. La Corte constata che questo motivo di appello non è manifestamente mal fondato ai sensi dell’articolo 35 § 3 della Convenzione. Rileva peraltro che non incontra nessun altro motivo di inammissibilità. Conviene dichiararlo ammissibile dunque.
B. Sul merito
1. Argomenti delle parti
a) Il richiedente
52. Il richiedente adduce che il suo mantenimento in detenzione sotto il regime speciale di detenzione dell’articolo 41 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria da prima, poi il collocamento in un settore E.I.V, costituiscono una tortura “o, a titolo accessorio, un trattamento disumano e degradante” avuto riguardo al suo stato di salute. Anche il regime ordinario avrebbe provocato un deterioramento della sua salute. Il fatto di utilizzare una sedia a rotelle e di dovere vivere nel servizio medico della prigione sarebbe stato un fattore di aggravamento della sofferenza. L’applicazione del regime speciale di detenzione sarebbe inoltre stata prorogato al motivo che il richiedente non aveva partecipato ai programmi di cooperazione con la giustizia (non era diventato un “pentito”). La sua pericolosità avrebbe potuto giustificare la derogazione alle regole della detenzione ordinaria durante un periodo limitato di alcuni giorni o di alcuni mesi, ma non oltre.
b) Il Governo,
53. Il Governo sostiene che le restrizioni imposte al richiedente a causa del regime speciale di detenzione non hanno raggiunto il livello minimo di gravità richiesto per ricadere sotto l’influenza dell’articolo 3 della Convenzione. Sottolinea innanzitutto che queste restrizioni erano necessarie per impedire l’interessato, socialmente pericoloso, di entrare in contatto con l’organizzazione criminale alla quale appartiene. Fa notare poi che anche il regime speciale non è stato sufficiente per arginare il comportamento criminale del richiedente poiché questo, a dispetto delle restrizioni imposte, ha ricevuto a più riprese delle sanzioni disciplinari a causa della sua condotta in prigione.
54. Per ciò che riguarda lo stato di salute del richiedente, il Governo osserva, da una parte, che risulta dalla pratica medica dell’interessato che il suo stato non era incompatibile con la detenzione e, dall’altra parte, che il richiedente è stato posto al servizio medico della prigione, dove ha potuto beneficiare di cure adattate alla sua condizione. Quando ciò si è rivelato necessario, è stato ricoverato anche all’esterno della prigione.
2. Valutazione della Corte
a) Principi generali
55. Conformemente alla giurisprudenza consolidata della Corte, per ricadere sotto l’influenza dell’articolo 3 della Convenzione, un cattivo trattamento deve raggiungere un minimo di gravità. La valutazione di questo minimo è relativa; dipende dall’insieme dei dati della causa, in particolare della durata del trattamento e dei suoi effetti fisici o mentali così come, talvolta, dal sesso, dall’età e dallo stato di salute della vittima (vedere, tra altre, Price c. Regno Unito, no 33394/96, § 24, CEDH 2001-VII, Mouisel c,. Francia, no 67263/01, § 37, CEDH 2002-IX, e Gennadi Naoumenko c. Ucraina, no 42023/98, § 108, 10 febbraio 2004). Le affermazioni dei maltrattamenti devono essere supportate da elementi di prova adeguati (vedere, mutatis mutandis, Klaas c. Germania, 22 settembre 1993, § 30, serie A no 269). Per la valutazione di questi elementi, la Corte applica il principio della prova “al di là di ogni ragionevole dubbio.” Tuttavia, tale prova può risultare da un fascio di indizi, o di presunzioni non confutate, sufficientemente gravi, precise e concordanti (Irlanda c Regno Unito, 18 gennaio 1978, § 161 in fine, serie A no 25, e Labita c. Italia [GC], no 26772/95, § 121, CEDH 2000-IV).
56. Affinché una pena ed il trattamento di cui si accompagna possano essere qualificati come “disumani” o “degradanti”, la sofferenza o l’umiliazione devono andare in ogni caso al di là di quelle che comprese inevitabilmente in una data forma di trattamento o di pena legittima (Jalloh c. Germania [GC], no 54810/00, § 68, CEDH 2006-IX).
57. Trattandosi in particolare di persone private di libertà, l’articolo 3 impone allo stato l’obbligo positivo di assicurarsi che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili col rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non lo sottopongano ad un sconforto o ad una prova di un’intensità tale da superare il livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione e che, avuto riguardo alle esigenze pratiche della detenzione, la salute ed il benessere del prigioniero siano garantiti in modo adeguato, in particolare con la somministrazione delle cure mediche richieste (Kudła c. Polonia [GC], no 30210/96, § 94, CEDH 2000-XI, e Rivière c. Francia, no 33834/03, § 62, 11 luglio 2006). Così, la mancanza di cure mediche adeguate, e, più generalmente, la detenzione di una persona malata in condizioni inadeguate, possono in principio costituire un trattamento contrario all’articolo 3 (vedere, per esempio, İlhan c. Turchia [GC], no 22277/93, § 87, CEDH 2000-VII, e Gennadi Naoumenko precitata, § 112).
58. Le condizioni di detenzione di una persona malata devono garantire la protezione della sua salute, avuto riguardo alle contingenze ordinarie e ragionevoli della detenzione. Se non si può dedurre un obbligo generale di rimettere in libertà o di trasferire in un ospedale civile un detenuto, anche se questo ultimo soffre di una malattia particolarmente difficile da curare (Mouisel precitata, § 40,) l’articolo 3 della Convenzione impone in ogni caso allo stato di proteggere l’integrità fisica delle persone private di libertà. La Corte potrebbe escludere solamente, in condizioni particolarmente gravi, che ci si possa trovare in presenza di situazioni in cui una buona amministrazione della giustizia penale esiga che le misure di natura umanitaria vengano prese (Matencio c. Francia, no 58749/00, § 76, 15 gennaio 2004, e Sakkopoulos c. Grecia, no 61828/00, § 38, 15 gennaio 2004).
59. Applicando questi principi, la Corte ha concluso già che il mantenimento in detenzione per un periodo prolungato di una persona di un’età avanzata, e per di più malata, può entrare nel campo di protezione dell’articolo 3 (Papon c. Francia (no 1) (dec.), no 64666/01, CEDH 2001-VI, Sawoniuk c. Regno Unito (dec.), no 63716/00, CEDH 2001-VI, e Priebke c. Italia (dec.), no 48799/99, 5 aprile 2001). In più, la Corte ha giudicato che mantenere in detenzione una persona tetraplegica, in condizioni inadatte al suo stato di salute, era costitutivo di un trattamento degradante (Price precitata, § 30,). Essendo così, la Corte deve tenere conto di tre elementi, in particolare, per esaminare la compatibilità del mantenimento in detenzione di un richiedente con un stato di salute preoccupante, e cioè: a) la condizione del detenuto, b) la qualità delle cure dispensate e c) l’opportunità di mantenere la detenzione alla vista dello stato di salute del richiedente (Farbtuhs c. Lettonia, no 4672/02, § 53, 2 dicembre 2004, e Sakkopoulos precitata, § 39).
b) Applicazione di questi principi al caso di specifico
60. Nella presente causa, si pone la questione della compatibilità del mantenimento in detenzione del richiedente col suo stato di salute e quella di sapere se questa situazione raggiunge un livello sufficiente di gravità per entrare nel campo di applicazione dell’articolo 3 della Convenzione.
61. La Corte osserva che il richiedente soffre di parecchie patologie ed è stato costretto a spostarsi su una sedia a rotelle. La sua salute si è degradata col passare del tempo. Le pratiche mediche depositate alla cancelleria dai suoi consiglieri mostrano che è stato sottomesso ad una serie di visite mediche, test ed esami specifici sia durante il suo lungo soggiorno nella sezione del servizio medico della prigione di Napoli (Secondigliano)-dal giugno 2000 al febbraio 2005-che in seguito. Per tre volte, nel gennaio 2001, nel marzo e nel luglio 2002, le giurisdizioni dell’applicazione delle pene di Napoli, sulla base dei rapporti medici stabiliti dai medici della prigione, hanno respinto le sue istanze di sospensione dell’esecuzione della pena, stimando che le cure prodigate dal servizio medico interno della struttura penitenziaria erano adattati allo stato di salute del richiedente (paragrafi 18 e 19 sopra).
Nel 2007 e nel 2008, il richiedente ha subito due interventi chirurgici pesanti, comprendenti l’asportazione di un rene, di un meningiome poi. Questi interventi sono stati effettuati in un centro ospedaliero civile (paragrafi 20 e 21 sopra).
62. Alla luce degli elementi in suo possesso, la Corte è del parere che le autorità nazionali hanno soddisfatto il loro obbligo di proteggere l’integrità fisica del richiedente, seguendo attentamente l’evoluzione del suo stato di salute, valutando la gravità delle sue patologie e amministrandogli le cure mediche adeguate. Quando l’aggravamento dello stato di salute dell’interessato l’ha richiesto, le autorità hanno ordinato la sua ospedalizzazione in un centro medico civile, e questo a due riprese (paragrafi 20 e 21 sopra).
Il 2 ottobre 2008, il tribunale d’applicazione delle pene di Napoli ha ordinato in particolare, la sospensione dell’esecuzione della pena, stimando che lo stato di salute del richiedente era in particolare incompatibile con la detenzione in ragione dell’asportazione di un meningiome subito il 3 settembre 2008, paragrafo 21 sopra.
63. Nella misura in cui il richiedente sembra lamentarsene, la Corte deve ricercare anche se l’applicazione prolungata del regime speciale di detenzione contemplata 41 bis all’articolo costituisce una violazione dell’articolo 3 della Convenzione.
64. La Corte ammette che in generale l’applicazione prolungata di certe restrizioni può porre un detenuto in una situazione che potrebbe costituire un trattamento disumano o degradante. Però, non potrebbe considerare una durata precisa per determinare il momento a partire del quale viene raggiunta la soglia minima di gravità per ricadere sotto l’influenza dell’articolo 3. Al contrario, la durata deve essere esaminata alla luce delle circostanze di ogni specifico, ciò implica in particolare di verificare se il rinnovo ed il prolungamento delle restrizioni in causa fossero giustificati o meno ( Argenti c. Italia, no 56317/00, § 21, 10 novembre 2005).
65. La Corte nota che le restrizioni imposte al richiedente a causa del regime speciale di detenzione erano necessarie per impedire l’interessato, socialmente pericoloso, di mantenere dei contatti con l’organizzazione criminale alla quale apparteneva. Ora il richiedente non ha fornito alla Corte alcun elemento che gli permetterebbe di concludere che manifestamente la proroga di queste restrizioni non si giustificava (vedere, mutatis mutandis, la sentenza Argenti precitata, §§ 20-23 in cui la Corte ha giudicato non contraria all’articolo 3 della Convenzione l’applicazione del regime speciale di detenzione per più di dodici anni).
66. Peraltro, i giudici d’applicazione delle pene hanno annullato o ammorbidito certe restrizioni (paragrafo 14 sopra). Inoltre, il richiedente è stato posto al servizio medico della prigione, dove ha potuto beneficiare di cure adattate al suo stato di salute (paragrafo 18 sopra) e, quando ciò si è rivelato necessario, è stato ricoverato anche all’esterno della prigione (paragrafi 20 e 21 sopra).
67. Alla vista di ciò che precede, la Corte stima che il trattamento di cui il richiedente è stato oggetto non ha superato il livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione. Non essendo stata raggiunta la soglia minima di gravità per ricadere sotto l’influenza dell’articolo 3 della Convenzione, questa disposizione non è stata ignorata nello specifico.
Pertanto, non vi è stata violazione dell’articolo 3.
II. SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL’ARTICOLO 6 § 1 DELLA CONVENZIONE
68. Il richiedente insiste sulle restrizioni importanti che avrebbe subito, dal 1994, nell’esercizio del suo diritto ad un tribunale. Adduce la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione la cui parte pertinente è formulata così:
“Ogni persona ha diritto affinché la sua causa sia sentita da un tribunale che deciderà, sia delle contestazioni sui suoi diritti ed obblighi di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa in materia penale diretta contro questa. (…) “
69. Il Governo si oppone a questa tesi.
70. La Corte stima di doversi dedicare a questo motivo di appello esaminando da prima il periodo durante il quale il richiedente è stato sottoposto al regime speciale di detenzione contemplato all’articolo 41 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria (agosto 1994-febbraio 2005) poi il periodo di collocamento in un settore E.I.V. (marzo 2005-aprile 2008).
A. Le restrizioni al diritto ad un tribunale durante il periodo di applicazione dell’articolo 41 bis della legge sull’amministrazione penitenziaria
1. Sull’ammissibilità
71. Il richiedente sottolinea il ritardo sistematico con cui si sarebbero pronunciate le giurisdizioni d’applicazione delle pene.
72. Il Governo sostiene che la sola decisione resa tardivamente dal tribunale d’applicazione delle pene risale al 20 ottobre 1999. Il motivo di appello del richiedente sarebbe stato inammissibile per due motivi. Innanzitutto, sarebbe stato tardivo perché la decisione in questione sarebbe diventata definitiva il 30 ottobre 1999, o ben più di sei mesi (articolo 35 § 1 della Convenzione) prima dell’introduzione della richiesta. Poi, il richiedente avrebbe omesso di ricorrerei in cassazione, il che renderebbe anche il motivo di appello inammissibile per non-esaurimento delle vie di ricorso interne.
73. La Corte ricorda che il ritardo commesso dalle giurisdizioni nazionali nell’esame dei reclami contro le ordinanze di applicazione del regime speciale di detenzione può porre, in certe condizioni, dei problemi allo sguardo della Convenzione.
74. Così, nella causa Messina c. Italia (no 2) (no 25498/94, §§ 94-96, CEDH 2000-X) pure riconoscendo che il semplice superamento di un termine legale non costituisce un’incomprensione del diritto ad un ricorso effettivo, la Corte ha affermato che la mancata osservanza sistematica del termine dei dieci giorni assegnati al tribunale d’applicazione delle pene dalla legge no 354 del 1975 può ridurre sensibilmente, addirittura annichilare, l’impatto del controllo esercitato dai tribunali sulle ordinanze del ministro della Giustizia. È arrivata a questa conclusione tenendo in particolare conto di due elementi: la durata limitata di ogni ordinanza che impone il regime speciale, ed il fatto che il ministro della Giustizia può prendere una nuova ordinanza senza essere legato da un’eventuale decisione del tribunale d’applicazione delle pene che revoca una parte o la totalità delle restrizioni imposte dall’ordinanza precedente. In questo caso, il ministro della Giustizia aveva preso, immediatamente dopo la scadenza del termine di validità delle ordinanze attaccate, delle nuove ordinanze che reintroducevano le restrizioni nel frattempo tolte dal tribunale d’applicazione delle pene.
75. Inoltre, nella sentenza Ganci (precitata, § 31) la Corte ha giudicato che la mancanza di ogni decisione sul merito dei ricorsi introdotti contro le ordinanze del ministro della Giustizia costituisce una violazione del diritto ad un tribunale garantito dall’articolo 6 § 1 della Convenzione.
76. La Corte osserva che nello specifico il tribunale dell’applicazione delle pene ha respinto per perdita di interesse due delle diciannove istanze del richiedente che contestavano la proroga dell’applicazione del regime speciale di detenzione. Il periodo di validità delle due ordinanze era scaduto difatti già in data della decisione del tribunale. Si tratta di ricorsi contro le ordinanze del ministro della Giustizia numeri 9 e 12 (paragrafo 14 sopra).
77. In quanto alla decisione di rigetto relativa all’ordinanza no 9, il Governo lo rileva a buon diritto, è diventata definitiva il 30 ottobre 1999. Essendo stata introdotta la richiesta il 31 agosto 2000, questa parte del motivo di appello tratto dall’articolo 6 § 1 si rivela tardiva e deve essere dichiarata inammissibile in applicazione dell’articolo 35 §§ 1 e 4 della Convenzione.
78. Per ciò che riguarda il ricorso contro l’ordinanza no 12, la Corte stima che questa parte del motivo di appello derivata dal diritto ad un tribunale non è manifestamente male fondata ai sensi dell’articolo 35 § 3 della Convenzione. Rileva peraltro che non incontra nessun altro motivo di inammissibilità.

Testo Tradotto

Conclusion Partiellement irrecevable ; Non-violation de l’art. 3 (volet matériel) ; Violation de l’art. 6-1 ; Non-violation de l’art. 6-1 ; Violation de l’art. 8 ; Préjudice moral – constat de violation suffisant
GRANDE CHAMBRE
AFFAIRE ENEA c. ITALIE
(Requête no 74912/01)
ARRÊT
STRASBOURG
17 septembre 2009
Cet arrêt est définitif. Il peut subir des retouches de forme.

En l’affaire Enea c. Italie,
La Cour européenne des droits de l’homme, siégeant en une Grande Chambre composée de :
Jean-Paul Costa, président,
Nicolas Bratza,
Françoise Tulkens,
Josep Casadevall,
Nina Vajić,
Anatoly Kovler,
Vladimiro Zagrebelsky,
Alvina Gyulumyan,
Renate Jaeger,
Sverre Erik Jebens,
Danutė Jočienė,
Ján Šikuta,
Dragoljub Popović,
Giorgio Malinverni,
Ledi Bianku,
Ann Power,
Işıl Karakaş, juges,
et de Vincent Berger, jurisconsulte,
Après en avoir délibéré en chambre du conseil le 5 novembre 2008 et le 24 juin 2009,
Rend l’arrêt que voici, adopté à cette dernière date :
PROCÉDURE
1. A l’origine de l’affaire se trouve une requête (no 74912/01) dirigée contre la République italienne et dont un ressortissant de cet Etat, M. S. E. (« le requérant »), a saisi la Cour le 31 août 2000 en vertu de l’article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l’homme et des libertés fondamentales (« la Convention »).
2. Le requérant alléguait en particulier que ses conditions de santé n’étaient pas compatibles avec le régime spécial de détention auquel il était soumis ; que ce régime violait son droit au respect de sa vie familiale et de sa correspondance ; que son droit à un tribunal pour contester la prorogation de l’application dudit régime n’était pas garanti.
3. La requête a été attribuée à la première section de la Cour (article 52 § 1 du règlement). Le 23 septembre 2004, une chambre de ladite section, composée des juges dont le nom suit : Christos Rozakis, président, Françoise Tulkens, Nina Vajić, Anatoly Kovler, Vladimiro Zagrebelsky, Elisabeth Steiner, Khanlar Hajiyev, juges, ainsi que de Søren Nielsen, greffier de section, a déclaré la requête partiellement irrecevable et a décidé de communiquer au Gouvernement les griefs tirés des articles 3, 8, 6 § 1 et 9 de la Convention. Le 3 mai 2005, la chambre de la troisième section à laquelle la requête avait été attribuée a communiqué au Gouvernement les trois premiers griefs soulevés par le requérant concernant son affectation à un secteur spécial de la prison. Se prévalant de l’article 29 § 3 de la Convention, elle a ensuite décidé que seraient traités en même temps la recevabilité et le fond de l’affaire. Le 1er juillet 2008, une chambre de la deuxième section, composée des juges dont le nom suit : Françoise Tulkens, présidente, Antonella Mularoni, Vladimiro Zagrebelsky, Danutė Jočienė, Dragoljub Popović, András Sajó, Işıl Karakaş, juges, ainsi que de Sally Dollé, greffière de section, s’est dessaisie au profit de la Grande Chambre, aucune des parties ne s’y étant opposée (articles 30 de la Convention et 72 du règlement).
4. La composition de la Grande Chambre a été arrêtée conformément aux articles 27 §§ 2 et 3 de la Convention et 24 du règlement. Lors des délibérations finales, Ján Šikuta, suppléant, a remplacé Christos Rozakis, empêché (article 24 § 3 du règlement).
5. Tant le requérant que le Gouvernement ont déposé un mémoire sur le fond de l’affaire. Des observations ont également été reçues du gouvernement de la Slovaquie, que le président avait autorisé à intervenir dans la procédure écrite (articles 36 § 2 de la Convention et 44 § 2 du règlement).
6. Une audience s’est déroulée en public au Palais des droits de l’homme, à Strasbourg, le 5 novembre 2008 (article 59 § 3 du règlement).
Ont comparu :
– pour le Gouvernement
MM. F. Crisafulli, coagent,
N. Lettieri, coagent adjoint ;
– pour le requérant
Mes M. E., avocat,
M. V., avocat, conseils,
Mme F. S., avocate, conseillère.
La Cour les a entendus en leurs déclarations. M. Lettieri et Me E. ont également répondu aux questions posées par la Cour.
EN FAIT
I. LES CIRCONSTANCES DE L’ESPÈCE
7. Le requérant est né en 1938 et réside en Italie.
A. Les décisions judiciaires concernant le requérant
8. Le requérant fut placé en détention le 23 décembre 1993.
9. Il fit l’objet de plusieurs procédures pénales, à l’issue desquelles il fut condamné à des peines d’emprisonnement, notamment pour appartenance à une association de type mafieux, trafic de stupéfiants et port illégal d’armes à feu. L’ensemble des peines infligées à l’intéressé donna lieu à une décision de cumul, prise le 27 décembre 2001 par le procureur général près la cour d’appel de Milan, fixant à trente ans la peine à purger.
B. Le régime de détention prévu à l’article 41 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire
10. Le requérant a été détenu dans plusieurs prisons italiennes (notamment à Palerme, Catane, Pise et Naples).
11. Le 10 août 1994, compte tenu de la dangerosité de l’intéressé, le ministre de la Justice prit un arrêté le soumettant, pour une période d’un an, au régime spécial de détention prévu à l’article 41 bis, alinéa 2, de la loi sur l’administration pénitentiaire (ci-après, la « loi no 354 de 1975 »). Modifiée par la loi no 279 du 23 décembre 2002 (ci-après, la « loi no 279 de 2002 »), cette disposition permet de suspendre, totalement ou partiellement, l’application du régime normal de détention lorsque des raisons d’ordre et de sécurité publics l’exigent.
L’arrêté de 1994 imposait les restrictions suivantes :
– limitation des visites des membres de la famille (maximum : une visite par mois, d’une durée d’une heure) ;
– interdiction de rencontrer des tiers ;
– interdiction d’utiliser le téléphone ;
– interdiction de recevoir ou d’envoyer à l’extérieur des sommes d’argent dépassant un montant déterminé ;
– interdiction de recevoir plus de deux colis par mois, mais possibilité d’en recevoir deux par an contenant du linge ;
– interdiction d’organiser des activités culturelles, récréatives et sportives ;
– interdiction d’élire un représentant des détenus et d’être élu comme tel ;
– interdiction d’exercer des activités artisanales ;
– interdiction d’acheter des aliments qui requièrent une cuisson ;
– limitation du temps de promenade à deux heures par jour.
12. En outre, toute la correspondance du requérant devait être soumise à contrôle, sur autorisation préalable de l’autorité judiciaire.
13. L’application du régime spécial fut par la suite prorogée à dix-neuf reprises, pour des périodes successives d’un an ou de six mois.
Chaque arrêté portait sur une période limitée :
10 août 1994 – 9 août 1995 (arrêté no 1)
5 août 1995 – 5 février 1996 (arrêté no 2)
2 février 1996 – 2 août 1996 (arrêté no 3)
31 juillet 1996 – 31 janvier 1997 (arrêté no 4)
4 février 1997 – 4 août 1997 (arrêté no 5)
31 juillet 1997 – 31 janvier 1998 (arrêté no 6)
4 février 1998 – 4 août 1998 (arrêté no 7)
30 juillet 1998 – 30 janvier 1999 (arrêté no 8)
27 janvier 1999 – 27 juillet 1999 (arrêté no 9)
22 juillet 1999 – 31 décembre 1999 (arrêté no 10)
23 décembre 1999 – 23 juin 2000 (arrêté no 11)
22 juin 2000 – 31 décembre 2000 (arrêté no 12)
21 décembre 2000 – 21 juin 2001 (arrêté no 13)
18 juin 2001 – 18 décembre 2001 (arrêté no 14)
13 décembre 2001 – 13 juin 2002 (arrêté no 15)
10 juin 2002 – 31 décembre 2002 (arrêté no 16)
28 décembre 2002 – 22 décembre 2003 (arrêté no 17)
23 décembre 2003 – 23 décembre 2004 (arrêté no 18)
17 décembre 2004 – 17 décembre 2005 (arrêté no 19)
14. Contre la plupart de ces arrêtés, le requérant introduisit des recours devant le tribunal de l’application des peines (ci-après, le « TAP ») de Naples. Il ressort du dossier que le requérant ne s’est pas pourvu en cassation contre les décisions du TAP, car, selon lui, la haute juridiction aurait de toute façon rejeté les pourvois pour perte d’intérêt, dans la mesure où les délais de validité des arrêtés concernés avaient expiré.
– Quant à l’arrêté no 1
A une date non précisée, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 10 août 1994. Par une décision du 28 février 1995, le TAP rejeta le recours, estimant que l’application du régime spécial de détention était justifiée. Toutefois, les restrictions furent assouplies par la décision d’autoriser une conversation téléphonique d’une heure par mois avec les membres de la famille, à défaut de visite de ceux-ci, et de supprimer la limitation du temps de promenade ainsi que l’interdiction d’acheter des aliments qui requièrent une cuisson.
– Quant à l’arrêté no 3
Le 9 février 1996, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 2 février 1996. Par une décision du 26 mars 1996, déposée au greffe du TAP le 30 mars 1996 et notifiée à l’intéressé le 30 avril 1996, le TAP déclara le recours irrecevable au motif que, selon une jurisprudence restrictive suivie à l’époque, la juridiction de jugement n’avait pas compétence pour examiner le bien-fondé des limitations ordonnées.
– Quant à l’arrêté no 5
Le 6 février 1997, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 4 février 1997 (notifié le lendemain). Par une décision du 6 mai 1997, déposée au greffe le 15 mai 1997 et notifiée à l’intéressé le 21 mai 1997, le tribunal, tout en confirmant l’application du régime spécial, assouplit la limitation relative aux visites des membres de la famille en autorisant deux visites par mois d’une durée d’une heure chacune.
– Quant à l’arrêté no 6
Le 4 août 1997, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 31 juillet 1997 (notifié le 2 août 1997). Par une décision du 16 octobre 1997, déposée au greffe le 22 octobre 1997 et notifiée à l’intéressé le 24 octobre 1997, le TAP, tout en confirmant l’application du régime spécial, leva la limitation concernant le nombre de visites des membres de la famille.
– Quant à l’arrêté no 7
Le 9 février 1998, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 4 février 1998. Par une décision du 2 juillet 1998, déposée au greffe le 9 juillet 1998 et notifiée à l’intéressé le 12 août 1998, le TAP rejeta le recours au motif que les limitations imposées au requérant étaient justifiées.
– Quant à l’arrêté no 8
Le 3 août 1998, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 30 juillet 1998 (notifié le lendemain). Par une décision du 30 novembre 1998, déposée au greffe le 9 décembre 1998 et notifiée à l’intéressé le 23 décembre 1998, le TAP rejeta le recours au motif que les limitations imposées au requérant étaient justifiées.
– Quant à l’arrêté no 9
Le 1er février 1999, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 27 janvier 1999. Par une décision du 7 octobre 1999, déposée au greffe le 20 octobre 1999 et notifiée à l’intéressé à une date non précisée, le TAP déclara le recours irrecevable. Il constata que la période d’application de l’arrêté avait expiré le 27 juillet 1999 et que, de ce fait, le requérant avait perdu tout intérêt à l’examen du recours.
– Quant à l’arrêté no 10
Le 27 juillet 1999, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 22 juillet 1999 (notifié le 24 juillet 1999). L’issue de ce recours n’a pas été communiquée à la Cour.
– Quant à l’arrêté no 11
Le 28 décembre 1999, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 23 décembre 1999. Par une décision du 11 mai 2000, déposée au greffe le 23 mai 2000 et notifiée à l’intéressé le 21 juillet 2000, le TAP déclara le recours irrecevable, dans la mesure où le requérant avait déclaré y renoncer.
– Quant à l’arrêté no 12
Le 26 juin 2000, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 22 juin 2000 (notifié le 23 juin 2000). Par une décision du 6 novembre 2001, le TAP rejeta le recours au motif que l’arrêté litigieux avait expiré.
– Quant à l’arrêté no 13
A une date non précisée, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 21 décembre 2000. Par une décision du 23 avril 2001, déposée au greffe le 3 mai 2001, le TAP rejeta le recours, l’estimant non étayé.
– Quant à l’arrêté no 14
Le 21 juin 2001, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 18 juin 2001 (notifié le 20 juin 2001). Par une décision du 14 novembre 2001, le TAP rejeta le recours au motif que l’application du régime spécial de détention était justifiée au vu de la dangerosité du requérant et de ses liens avec le milieu criminel.
– Quant à l’arrêté no 15
Le 17 décembre 2001, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 13 décembre 2001 (notifié le 14 décembre 2001). Par une décision du 11 avril 2002, le TAP rejeta le recours, l’estimant non étayé.
– Quant à l’arrêté no 17
A une date non précisée, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 28 décembre 2002. Il demanda au TAP de soulever devant la Cour constitutionnelle la question de la compatibilité de l’article 41 bis, alinéa 2 bis (tel que modifié par la nouvelle loi no 279 de 2002), avec plusieurs articles de la Constitution.
Par une décision du 3 mars 2003, notifiée au requérant le 8 avril 2003, le TAP ordonna la transmission du dossier à la Cour constitutionnelle. Cette décision fut prise au motif qu’un problème de constitutionnalité pouvait se poser, dans la mesure où la loi no 279 de 2002 ne prévoyait pas l’obligation, pour le ministre de la Justice, de motiver les arrêtés. Le TAP observa notamment qu’en l’espèce le requérant était soumis au régime spécial de détention depuis 1994 et que les motifs sur lesquels reposaient les arrêtés de prorogation de l’application dudit régime tenaient à la persistance des liens entre l’intéressé et l’organisation criminelle dont il faisait partie, ce malgré l’assujettissement au régime de détention différencié.
Par la décision no 417 du 13 décembre 2004, déposée au greffe le 23 décembre 2004, la Cour constitutionnelle rejeta l’exception d’inconstitutionnalité soulevée par le TAP, l’estimant manifestement mal fondée.
– Quant à l’arrêté no 18
A une date non précisée, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 23 décembre 2003. Il estimait que le régime spécial, d’une part, faisait obstacle à sa rééducation, au mépris de l’article 27 de la Constitution, et, d’autre part, ne respectait pas les exigences liées à sa personnalité, ce qui était contraire à l’article 13 de la loi no 354 de 1975.
Par une décision du 19 novembre 2004, déposée au greffe le 15 décembre 2004, le TAP rejeta le recours sur le fondement des investigations de la police, au motif que l’application du régime spécial était justifiée en raison des liens du requérant avec la criminalité organisée.
– Quant à l’arrêté no 19
Le 23 décembre 2004, le requérant introduisit un recours contre l’arrêté du 17 décembre 2004. Par une décision du 11 février 2005, déposée au greffe le 28 février 2005, le TAP accueillit le recours de l’intéressé. Il estima que les raisons de sécurité qui avaient motivé l’application du régime spécial de détention n’étaient plus d’actualité et ordonna dès lors la révocation de la mesure en question.
C. Le placement du requérant dans un secteur pénitentiaire à niveau de surveillance élevé (Elevato Indice di Vigilanza – E.I.V.)
15. Le 1er mars 2005, l’administration pénitentiaire plaça le requérant dans un secteur à niveau de surveillance élevé (« E.I.V. »).
16. Le 24 avril 2008, le juge de l’application des peines de Naples ordonna, à titre provisoire et jusqu’à la décision du tribunal de l’application des peines, la suspension de l’exécution de la peine et la remise en liberté du requérant afin qu’il puisse subir une intervention chirurgicale urgente. Cette décision fut confirmée le 2 octobre 2008 par le tribunal de l’application des peines de la même ville.
D. L’état de santé du requérant
17. Le requérant est atteint de plusieurs pathologies l’obligeant à utiliser un fauteuil roulant. De juin 2000 à février 2005, il a purgé sa peine dans la section du service médical de la prison de Naples (Secondigliano), qui est destinée aux détenus soumis au régime de l’article 41 bis.
18. A une date non spécifiée, le requérant pria le TAP de Naples de reporter l’exécution de la peine pour raisons de santé, en application des articles 146 et 147 du code pénal. Par une décision du 18 janvier 2001, le TAP, se fondant sur le rapport établi par l’équipe médicale de la prison, rejeta la demande du requérant au motif que celui-ci était détenu dans le service médical de la prison et bénéficiait de soins adaptés à son état de santé.
19. A une date non précisée, le requérant renouvela auprès du juge de l’application des peines sa demande de suspension de l’exécution de la peine pour raisons de santé. Par une décision du 22 mars 2002, le juge rejeta la demande au motif que l’état de santé de l’intéressé n’était pas incompatible avec la détention dans le service médical de la prison. Cette décision fut confirmée par le TAP de Naples le 2 juillet 2002.
20. En février 2007, après avoir obtenu l’autorisation du tribunal de l’application des peines, le requérant fut conduit dans un hôpital civil de Naples pour une intervention destinée à lui retirer un rein.
21. Le 24 avril 2008, le juge de l’application des peines suspendit à titre provisoire l’exécution de la peine et ordonna la remise en liberté du requérant afin qu’il puisse subir une intervention chirurgicale urgente (paragraphe 16 ci-dessus).
22. Selon les renseignements fournis à la Cour par les parties, le 2 octobre 2008 le TAP de Naples ordonna la suspension de l’exécution de la peine en raison de l’état de santé de l’intéressé. Celui-ci avait subi l’ablation de l’un des deux méningiomes le 3 septembre 2008 et son état de santé était incompatible avec la détention. Le tribunal accorda la détention à domicile pour une période de six mois en interdisant tout contact avec des personnes autres que les membres de la famille du requérant et le personnel médical. En imposant cette forme de contrôle, le tribunal s’est fondé sur la personnalité criminelle de l’intéressé, la durée de la peine et une note de la préfecture de police de Palerme du 16 avril 2008.
23. La Cour n’a pas été informée de l’état de santé actuel du requérant.
E. Le contrôle de la correspondance du requérant
24. Le 10 août 1994, le ministre de la Justice prit le premier arrêté soumettant le requérant au régime spécial de détention et ordonna la soumission de toute sa correspondance à contrôle, sur autorisation préalable de l’autorité judiciaire (paragraphes 11 et 12 ci-dessus).
25. Les décisions des juridictions de l’application des peines de Naples en ce sens, qui ont été communiquées à la Cour, concernent la période comprise entre le 2 juillet 1996 et le 7 juillet 2004. Les premières décisions imposaient la mesure en question sur toute la correspondance, sans indiquer la durée du contrôle. A partir du 3 août 1999, le juge de l’application des peines fixa une durée maximale de six mois et exclut du contrôle notamment la correspondance avec la Cour européenne.
26. Le requérant a produit copie d’une lettre non datée et d’une enveloppe destinées à Me V., portant la date de l’expédition (3 mars 2000). Les deux documents ont été contrôlés par les autorités pénitentiaires, mais les cachets apposés ne comportent aucune date.
F. Les demandes formées par le requérant en vue de l’obtention de permissions de sortie
27. Le 16 octobre 1999, le requérant demanda au tribunal de Milan de lui accorder une permission de sortie pour lui permettre d’assister aux funérailles de son frère. Le 18 octobre 1999, le tribunal fit droit à sa demande, mais subordonna la permission aux modalités qui seraient éventuellement fixées par les juridictions de l’application des peines. Il ordonna aussi la communication de sa décision « aux autres autorités judiciaires intéressées, au parquet et au requérant ».
28. Il ressort du dossier que, le 19 octobre 1999, la cour d’appel de Milan rejeta la demande du requérant en raison des risques de fuite. Cette décision fut déposée au greffe le 21 octobre 1999.
29. Le requérant a affirmé avoir également demandé à bénéficier d’une permission de sortie pour participer aux funérailles de sa compagne.
II. LE DROIT ET LA PRATIQUE INTERNES PERTINENTS
A. L’article 41 bis de la loi no 354 de 1975 et le contrôle de la correspondance
30. Le droit et la pratique internes pertinents résumés dans l’arrêt Ospina Vargas c. Italie (no 40750/98, §§ 23-33, 14 octobre 2004) se présentent comme suit.
31. L’article 41 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire (loi no 354 du 26 juillet 1975), dans sa teneur modifiée par la loi no 356 du 7 août 1992, confère au ministre de la Justice le pouvoir de suspendre complètement ou partiellement l’application du régime pénitentiaire ordinaire, tel que prévu par la loi no 354 de 1975, par arrêté motivé et contrôlable par l’autorité judiciaire, pour des raisons d’ordre et de sûreté publics, lorsque le régime ordinaire de la détention serait en conflit avec ces dernières exigences.
Pareille disposition peut être appliquée uniquement à l’égard des détenus poursuivis ou condamnés pour les délits indiqués à l’article 4 bis de la même loi, parmi lesquels figurent des délits liés aux activités de la mafia.
Par l’effet de la loi no 36 de 1995, puis de la loi no 11 de 1998 et de la loi no 446 de 1999, l’applicabilité du régime prévu à l’article 41 bis a été prorogée jusqu’au 31 décembre 2000. Ensuite, par l’effet de la loi no 4 du 19 janvier 2001, ladite applicabilité a été prorogée jusqu’au 31 décembre 2002. Avec l’entrée en vigueur, le 23 décembre 2002, de la loi no 279, qui a modifié partiellement la loi sur l’administration pénitentiaire, le régime spécial de détention a perdu son caractère provisoire.
Sur la base du décret législatif no 773/2009, le régime spécial est désormais appliqué pour une période initiale de quatre ans (au lieu d’un an auparavant), qui peut être prorogée ensuite de deux ans (au lieu d’un an auparavant).
32. Avant l’entrée en vigueur de la loi no 279 de 2002, le choix des mesures résultant de l’application de l’article 41 bis était laissé à la discrétion du ministre de la Justice. Toutefois, lesdites mesures étaient généralement les suivantes :
– interdiction de participer à la gestion de la nourriture et à l’organisation des activités récréatives des détenus ;
– interdiction des entretiens avec des personnes autres que les membres de la famille, le concubin ou l’avocat ;
– limitation des entretiens avec les membres de la famille au nombre de deux par mois et des conversations téléphoniques au nombre d’une par mois ;
– contrôle de toute la correspondance du détenu, sauf celle avec son avocat ;
– interdiction de passer plus de deux heures en plein air ;
– limitation des possibilités d’acquérir ou de recevoir de l’extérieur des biens personnels autorisés par le règlement intérieur de la prison ;
– possibilité de recevoir deux paquets par mois au maximum ;
– interdiction de recevoir ou d’envoyer vers l’extérieur des sommes d’argent ;
– interdiction d’exercer des activités artisanales impliquant l’utilisation d’outils dangereux.
33. Selon l’article 14 ter de la loi sur l’administration pénitentiaire, il est possible de déposer devant le tribunal de l’application des peines une réclamation (reclamo) contre l’arrêté imposant un régime spécial de détention, ce dans un délai de dix jours à compter de la date de la communication de l’arrêté à l’intéressé. La réclamation n’a aucun effet suspensif. Le tribunal doit décider dans un délai de dix jours. Pour contester la décision du tribunal de l’application des peines, il est possible de se pourvoir devant la Cour de cassation, qui elle aussi peut être saisie dans les dix jours consécutifs à la notification du rejet par le tribunal.
Jusqu’à l’entrée en vigueur de la loi no 279 de 2002, l’article 14 ter susmentionné s’appliquait aussi aux réclamations concernant les arrêtés adoptés par le ministre de la Justice en application de l’article 41 bis. Les paragraphes 2 quinquies et 2 sexies de l’article 41 bis prévoient depuis lors une procédure de réclamation spécifique, laquelle est cependant calquée, en substance, sur celle prévue par l’article 14 ter.
34. La Cour constitutionnelle a été saisie de la question de savoir si le principe du domaine réservé au législateur est respecté par un tel système. Dans ses arrêts nos 349 et 410 de 1993, la Cour constitutionnelle a estimé que l’article 41 bis est compatible avec la Constitution. Elle a en effet considéré que, bien que le régime spécial de détention au sens de la disposition en question soit concrètement établi par le ministre, l’arrêté de ce dernier peut néanmoins être attaqué devant les juges de l’application des peines, qui exercent un contrôle tantôt sur sa nécessité, tantôt sur les mesures concrètes devant être appliquées au détenu concerné, lesquelles en tout cas ne peuvent jamais aboutir à un traitement inhumain.
Cependant, se fondant sur l’article 15 de la Constitution, qui prévoit notamment que les restrictions touchant à la correspondance peuvent uniquement reposer sur un acte motivé de l’autorité judiciaire, la Cour constitutionnelle a précisé que le pouvoir de soumettre la correspondance d’un détenu à contrôle appartient exclusivement à l’autorité judiciaire. En conséquence, l’article 41 bis ne peut être interprété comme conférant au ministre de la Justice le pouvoir de prendre des mesures concernant la correspondance des détenus. Il s’ensuit qu’à partir de fin 1993, le contrôle de la correspondance se fonde uniquement sur l’article 18 de la loi no 354 de 1975, tel que modifié par l’article 1 de la loi no 1 de 1977.
Selon la disposition susmentionnée, le juge saisi de l’affaire (jusqu’à la décision de première instance) ou le juge de l’application des peines (pendant le déroulement ultérieur de la procédure) peuvent ordonner le contrôle de la correspondance au moyen d’une décision motivée ; cependant, la norme ne précise pas dans quels cas une telle décision peut être prise. Le contrôle en question consiste concrètement en l’interception et la lecture, par l’autorité judiciaire ayant ordonné cette mesure, par le directeur de la prison ou par le personnel pénitentiaire désigné par ce dernier, de toute la correspondance d’un détenu, ainsi qu’en l’apposition sur les lettres d’un cachet servant à prouver la réalité dudit contrôle. L’effacement de mots ou de phrases n’est pas autorisé ; toutefois, l’autorité judiciaire peut ordonner qu’une ou plusieurs lettres ne soient pas remises au destinataire et doit aussitôt en informer le détenu. Cette dernière mesure peut également être ordonnée provisoirement par le directeur de la prison, qui doit en informer l’autorité judiciaire.
Par ailleurs, l’article 18 de la loi no 354 de 1975 établit que les détenus sont autorisés à garder des livres et des revues et à utiliser d’autres moyens de communication. Ce droit peut être soumis à des limitations par décision de l’autorité judiciaire, selon les mêmes modalités que celles prévues pour la correspondance.
En vertu de l’article 35 de la même loi, contre les décisions adoptées en application de l’article 18 de la loi no 354/1975, les détenus peuvent adresser des demandes ou réclamations sous pli scellé, notamment aux autorités pénitentiaires et au juge de l’application des peines.
35. Par l’arrêt no 351 des 14-18 octobre 1996, la Cour constitutionnelle a jugé que le pouvoir de contrôle des tribunaux de l’application des peines s’étend aux modalités concrètes d’application de la mesure, à la fois par rapport au but poursuivi et à la lumière des droits fondamentaux garantis par la Constitution.
36. Le 7 février 1997, en application des principes énoncés par la Cour constitutionnelle dans l’arrêt no 351/1996, le département de l’administration pénitentiaire près le ministère de la Justice adressa aux directeurs des établissements pénitentiaires une lettre circulaire concernant l’organisation des sections où sont placés les détenus soumis au régime spécial. Cette circulaire contenait notamment les instructions suivantes : les prisonniers étaient désormais autorisés à utiliser des réchauds ; ils avaient le droit d’accéder à des locaux équipés pour des activités sportives et à une bibliothèque ; les entretiens avec les membres de la famille pouvaient être remplacés par des appels téléphoniques ; les parois vitrées utilisées lors des entretiens étaient maintenues mais, de ce fait, la fouille des visiteurs devenait moins stricte.
37. Par l’arrêt no 376 des 26 novembre – 5 décembre 1997, la Cour constitutionnelle a rappelé que l’article 41 bis est compatible avec la Constitution, tout en modifiant et en précisant l’interprétation qu’il convient d’en faire. La haute juridiction a considéré notamment que les arrêtés imposant le régime spécial doivent s’appuyer sur des raisons concrètes touchant à l’ordre et à la sûreté publics, et que les décisions de proroger un tel régime doivent également se baser sur des motifs indépendants de ceux qui en avaient justifié l’imposition, et suffisants. La Cour constitutionnelle a exclu que le régime spécial puisse constituer un traitement inhumain ou qu’il empêche la réinsertion du détenu, ce qui serait contraire à l’article 27 de la Constitution. Elle a précisé toutefois qu’à aucun moment ne cesse de s’appliquer l’article 13 de la loi sur l’administration pénitentiaire, aux termes duquel le traitement auquel est soumis le détenu doit respecter les exigences de sa personnalité et un programme de rééducation doit être établi et modifié sur la base de l’observation scientifique de la personnalité du détenu et en collaboration avec lui.
38. Le 20 février 1998, en application des principes énoncés par la Cour constitutionnelle dans l’arrêt no 376/1997, le département de l’administration pénitentiaire près le ministère de la Justice a adressé une lettre circulaire aux directeurs des établissements pénitentiaires concernant l’organisation des sections où se trouvent les détenus soumis au régime spécial. Cette circulaire contenait notamment les instructions suivantes :
– la réglementation de la promenade en plein air a été modifiée et sa durée a été portée à quatre heures par jour, avec la nécessité cependant de veiller à ce que la permanence ne devienne l’occasion de rencontres ou contacts avec d’autres membres supposés de la mafia ;
– il a également été prévu que les espaces destinés à la promenade en plein air, dans les prisons de Naples et de Pise, soient équipés de manière à permettre l’exercice physique et une activité sportive ;
– la création d’une ou de plusieurs salles destinées aux activités sociales, culturelles et récréatives a été prévue dans chaque section destinée à l’assignation, à titre définitif ou pour des raisons sanitaires, de détenus soumis au régime spécial ;
– pour ce qui est des activités de travail, la circulaire prévoit que lorsqu’il n’est pas possible d’équiper une prison, les détenus devront avoir accès aux locaux prévus à cet effet dans d’autres établissements pénitentiaires, selon des modalités permettant d’exclure toute possibilité de rencontres ou contacts avec d’autres membres supposés de la mafia ;
– les entretiens avec les enfants de moins de seize ans peuvent avoir lieu sans paroi vitrée ; si l’entretien se déroule en présence d’autres personnes, l’absence de paroi vitrée est limitée aux enfants et ne peut excéder un sixième de la durée totale de l’entretien ;
– les détenus soumis au régime spécial peuvent recevoir des paquets contenant des denrées alimentaires, à l’exception de celles qui requièrent une cuisson, puisque l’usage de réchauds est interdit sauf pour réchauffer des boissons ou aliments précuits.
39. En ce qui concerne le contrôle de la correspondance, statuant sur une affaire relative au refus des autorités pénitentiaires d’autoriser un détenu à recevoir une publication à contenu érotique, par l’arrêt no 26 des 8-11 février 1999, la Cour constitutionnelle a déclaré inconstitutionnels les articles 35 (relatif aux recours ouverts aux détenus) et 69 (relatif aux fonctions et aux décisions du juge de l’application des peines) de la loi no 354 de 1975 en ce qu’ils ne prévoient pas un recours que l’on puisse qualifier de juridictionnel contre une décision susceptible de porter atteinte aux droits des détenus, et notamment contre une décision relative au contrôle de la correspondance ou aux limitations du droit de recevoir des revues ou d’autres périodiques. En fait, la décision des autorités saisies en vertu de l’article 35 est adoptée sans procédure contradictoire, n’a aucune valeur contraignante et ne peut faire l’objet d’aucun autre recours ou pourvoi. L’absence d’une voie de recours en la matière avait, par ailleurs, déjà été constatée et sanctionnée par la Cour européenne dans les arrêts Calogero Diana c. Italie et Domenichini c. Italie (15 novembre 1996, Recueil des arrêts et décisions 1996-V).
40. A la suite de l’entrée en vigueur de la loi no 95 du 8 avril 2004, un nouvel article 18 ter concernant le contrôle de la correspondance a été ajouté à la loi sur l’administration pénitentiaire. La nouvelle norme prévoit qu’un tel contrôle peut être effectué, pour une période maximale de six mois, afin d’éviter la commission de crimes ou de protéger la sûreté des établissements pénitentiaires et le secret des investigations. Le contrôle est mis en œuvre en vertu d’un arrêté motivé de l’autorité judiciaire, sur demande du ministère public ou du directeur de l’établissement concerné. Le paragraphe 2 de l’article 18 ter exclut du contrôle la correspondance du détenu avec, notamment, son avocat et les organes internationaux compétents en matière de droits de l’homme. Enfin, en vertu du paragraphe 6 du même article, les décisions concernant le contrôle de la correspondance peuvent faire l’objet d’une réclamation déposée selon la procédure prévue à l’article 14 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire.
41. Ainsi qu’il ressort du rapport officiel du ministère de la Justice communiqué à la Cour par le Gouvernement en mai 2004, les mesures qui peuvent résulter de l’application de l’article 41 bis tel que modifié par la loi no 279 de 2002, visant à empêcher les contacts avec l’organisation criminelle ou les autres détenus en faisant partie, sont les suivantes :
a) limitation de la promenade en plein air à quatre heures par jour en groupes de cinq personnes maximum (les groupes doivent être composés de détenus soumis au même type de régime, avec une rotation trimestrielle) ;
b) les réchauds sont remis aux détenus à l’ouverture des cellules et repris lors de la fermeture, pour être gardés à l’extérieur de celles-ci ;
c) interdiction d’utiliser des postes de radio à modulation de fréquence, enregistreurs, lecteurs de compact-discs ;
d) limitation des entretiens au nombre minimum d’un par mois et maximum de deux par mois, dans des locaux aménagés de manière à empêcher tout passage d’objets. Interdiction des entretiens avec des personnes autres que les membres de la famille, le concubin ou l’avocat, sauf autorisation exceptionnelle. Est autorisée, après six mois d’application du régime, une seule conversation téléphonique par mois, d’une durée maximale de dix minutes, avec les membres de la famille, lesquels doivent à cet effet se rendre auprès de l’établissement pénitentiaire le plus proche de leur lieu de résidence ;
e) les entretiens, sans limitations, avec l’avocat sont soumis au seul contrôle visuel d’un gardien. La fréquence et les modalités des appels téléphoniques sont identiques à celles relatives aux entretiens avec les membres de la famille ;
f) contrôle de toute la correspondance du détenu, sauf celle avec les membres du Parlement ou avec les autorités européennes et nationales compétentes en matière de justice (le contenu de l’enveloppe est examiné en présence du détenu, sans que soient lus les textes de la correspondance) ;
g) limitation des possibilités d’acquérir ou de recevoir de l’extérieur des sommes d’argent et d’autres biens et objets (deux paquets par mois d’un poids maximal de dix kilos, plus deux paquets par an contenant uniquement des vêtements et du linge) ;
h) interdiction de se faire élire en tant que représentant des détenus ;
i) l’accès de ministres du culte autres que catholique peut être autorisé.
42. Compte tenu de la réforme introduite par la loi no 279 du 23 décembre 2002 et des décisions de la Cour (voir, en dernier lieu, l’arrêt Ganci c. Italie, no 41576/98, §§ 19-31, CEDH 2003-XI), la Cour de cassation s’est écartée de la jurisprudence antérieure et a estimé qu’un détenu avait intérêt à obtenir une décision, même si la période de validité de l’arrêté attaqué avait expiré, et cela en raison des effets directs de la décision sur les arrêtés postérieurs à l’arrêté attaqué (Cour de cassation, première chambre, arrêt du 26 janvier 2004, déposé au greffe le 5 février 2004, no 4599, Zara).
B. Le placement dans un secteur pénitentiaire E.I.V.
43. Selon les articles 13 et 14 de la loi no 354 de 1975, le traitement pénitentiaire doit répondre aux exigences propres à la personnalité de chaque détenu. Il faut dans chaque prison et dans les sections des prisons limiter le nombre de détenus afin de favoriser l’individualisation dudit traitement. L’affectation des détenus dans les établissements pénitentiaires ou leur regroupement au sein des sections sont décidés compte tenu de la possibilité de procéder à leur rééducation et de la nécessité d’éviter les influences négatives réciproques.
44. Sur la base du principe de l’individualisation du traitement pénitentiaire prévu par ces dispositions et sur le fondement du règlement d’exécution de la loi no 354 de 1975, la circulaire du département de l’administration pénitentiaire no 3479/5929 du 9 juillet 1998 a prévu trois niveaux de détention, correspondant à certaines catégories de détenus.
45. Le « secteur de haute sécurité » est destiné aux détenus accusés ou condamnés pour participation à une association de type mafieux, enlèvement à des fins d’extorsion ou trafic de stupéfiants. En raison de la dangerosité de ces personnes et du risque qu’elles se livrent au prosélytisme ou à l’intimidation, des mesures particulièrement strictes visant à les séparer des autres détenus et à assurer leur surveillance sont mises en place. En outre, les activités de ces détenus, telles que les promenades, les visites, la formation professionnelle ou les activités sportives, se déroulent à l’intérieur d’une zone prédéfinie.
46. Le « secteur de sécurité moyenne » vise les détenus qui sont accusés ou condamnés pour des délits commis en vue de faciliter les activités des associations de type mafieux et qui présentent de ce fait un niveau de dangerosité élevé.
47. Le « secteur E.I.V. » concerne les détenus qui présentent un niveau de dangerosité tel que le secteur de sécurité moyenne s’avère inefficace pour garantir l’ordre et la sécurité publics. La dangerosité de ces détenus tient notamment à leur appartenance à la criminalité terroriste, à la nature ou au nombre des crimes commis, aux tentatives d’évasion ou aux actes de violence grave perpétrés contre d’autres détenus ou des gardiens. Aux termes de la circulaire no 3479/5929, en l’absence de dispositions spécifiques régissant la matière, le secteur E.I.V. est organisé suivant le modèle du secteur de haute sécurité. Les contacts avec les détenus des autres sections sont interdits et le régime de surveillance est particulièrement strict.
III. LA RECOMMANDATION REC(2006)2 DU COMITÉ DES MINISTRES AUX ETATS MEMBRES SUR LES RÈGLES PÉNITENTIAIRES EUROPÉENNES (ADOPTÉE LE 11 JANVIER 2006)
48. La Recommandation est ainsi libellée :
« Le Comité des Ministres, en vertu de l’article 15.b du Statut du Conseil de l’Europe,
Prenant en compte la Convention européenne des Droits de l’Homme ainsi que la jurisprudence de la Cour européenne des Droits de l’Homme ;
(…)
Soulignant que l’exécution des peines privatives de liberté et la prise en charge des détenus nécessitent la prise en compte des impératifs de sécurité, de sûreté et de discipline et doivent, en même temps, garantir des conditions de détention qui ne portent pas atteinte à la dignité humaine et offrir des occupations constructives et une prise en charge permettant la préparation à leur réinsertion dans la société ;
(…)
Recommande aux gouvernements des Etats membres :
– de suivre dans l’élaboration de leurs législations ainsi que de leurs politiques et pratiques des règles contenues dans l’annexe à la présente recommandation qui remplace la Recommandation no R (87) 3 du Comité des Ministres sur les Règles pénitentiaires européennes ;
(…)
Annexe à la Recommandation Rec(2006)2
(…)
« Principes fondamentaux
1. Les personnes privées de liberté doivent être traitées dans le respect des droits de l’homme.
2. Les personnes privées de liberté conservent tous les droits qui ne leur ont pas été retirés selon la loi par la décision les condamnant à une peine d’emprisonnement ou les plaçant en détention provisoire.
3. Les restrictions imposées aux personnes privées de liberté doivent être réduites au strict nécessaire et doivent être proportionnelles aux objectifs légitimes pour lesquelles elles ont été imposées.
(…)
18.2 Dans tous les bâtiments où des détenus sont appelés à vivre, à travailler ou à se réunir :
(…)
24.1 Les détenus doivent être autorisés à communiquer aussi fréquemment que possible – par lettre, par téléphone ou par d’autres moyens de communication – avec leur famille, des tiers et des représentants d’organismes extérieurs, ainsi qu’à recevoir des visites desdites personnes.
24.2 Toute restriction ou surveillance des communications et des visites nécessaire à la poursuite et aux enquêtes pénales, au maintien du bon ordre, de la sécurité et de la sûreté, ainsi qu’à la prévention d’infractions pénales et à la protection des victimes – y compris à la suite d’une ordonnance spécifique délivrée par une autorité judiciaire – doit néanmoins autoriser un niveau minimal acceptable de contact.
(…)
24.4 Les modalités des visites doivent permettre aux détenus de maintenir et de développer des relations familiales de façon aussi normale que possible.
(…)
24.10 Les détenus doivent pouvoir se tenir régulièrement informés des affaires publiques, en pouvant s’abonner et en lisant des journaux quotidiens, des périodiques et d’autres publications, et en suivant des émissions de radio ou de télévision, à moins qu’une interdiction n’ait été prononcée par une autorité judiciaire dans un cas individuel et pour une durée spécifiée.
(…)
25.2 Ce régime doit permettre à tous les détenus de passer chaque jour hors de leur cellule autant de temps que nécessaire pour assurer un niveau suffisant de contacts humains et sociaux.
25.3 Ce régime doit aussi pourvoir aux besoins sociaux des détenus.
(…)
27.1 Tout détenu doit avoir l’opportunité, si le temps le permet, d’effectuer au moins une heure par jour d’exercice en plein air.
(…)
27.3 Des activités correctement organisées – conçues pour maintenir les détenus en bonne forme physique, ainsi que pour leur permettre de faire de l’exercice et de se distraire – doivent faire partie intégrante des régimes carcéraux.
27.4 Les autorités pénitentiaires doivent faciliter ce type d’activités en fournissant les installations et les équipements appropriés.
27.5 Les autorités pénitentiaires doivent prendre des dispositions spéciales pour organiser, pour les détenus qui en auraient besoin, des activités particulières.
27.6 Des activités récréatives – comprenant notamment du sport, des jeux, des activités culturelles, des passe-temps et la pratique de loisirs actifs – doivent être proposées aux détenus et ces derniers doivent, autant que possible, être autorisés à les organiser.
(…)
29.2 Le régime carcéral doit être organisé, autant que possible, de manière à permettre aux détenus de pratiquer leur religion et de suivre leur philosophie, de participer à des services ou réunions menés par des représentants agréés desdites religions ou philosophies, de recevoir en privé des visites de tels représentants de leur religion ou leur philosophie et d’avoir en leur possession des livres ou publications à caractère religieux ou spirituel.
(…)
39. Les autorités pénitentiaires doivent protéger la santé de tous les détenus dont elles ont la garde.
(…)
51.1 Les mesures de sécurité appliquées aux détenus individuels doivent correspondre au minimum requis pour assurer la sécurité de leur détention.
(…)
51.4 Chaque détenu est ensuite soumis à un régime de sécurité correspondant au niveau de risque identifié.
51.5 Le niveau de sécurité nécessaire doit être réévalué régulièrement pendant la détention de l’intéressé.
Sûreté
52.1 Aussi rapidement que possible après son admission, chaque détenu doit être évalué afin de déterminer s’il pose un risque pour la sécurité des autres détenus, du personnel pénitentiaire ou des personnes travaillant dans la prison ou la visitant régulièrement, ainsi que pour établir s’il présente un risque pour lui-même.
52.2 Des procédures doivent être mises en place pour assurer la sécurité des détenus, du personnel pénitentiaire et de tous les visiteurs, ainsi que pour réduire au minimum les risques de violences et autres incidents qui pourraient menacer la sécurité.
(…)
53.1 Le recours à des mesures de haute sécurité ou de sûreté n’est autorisé que dans des circonstances exceptionnelles.
53.2 Des procédures claires, à appliquer à l’occasion du recours à de telles mesures pour tous détenus, doivent être établies.
53.3 La nature de ces mesures, leur durée et les motifs permettant d’y recourir doivent être déterminés par le droit interne.
53.4 L’application des mesures doit être, dans chaque cas, approuvée par l’autorité compétente pour une période donnée.
53.5 Toute décision d’extension de la période d’application doit faire l’objet d’une nouvelle approbation par l’autorité compétente.
(…) »
EN DROIT
I. SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L’ARTICLE 3 DE LA CONVENTION
49. Le requérant allègue que son maintien en détention, compte tenu notamment de son état de santé, a constitué un traitement contraire à l’article 3 de la Convention. Aux termes de cette disposition,
« Nul ne peut être soumis à la torture ni à des peines ou traitements inhumains ou dégradants. »
50. Le Gouvernement s’oppose à cette thèse.
A. Sur la recevabilité
51. La Cour constate que ce grief n’est pas manifestement mal fondé au sens de l’article 35 § 3 de la Convention. Elle relève par ailleurs qu’il ne se heurte à aucun autre motif d’irrecevabilité. Il convient donc de le déclarer recevable.
B. Sur le fond
1. Arguments des parties
a) Le requérant
52. Le requérant allègue que son maintien en détention sous le régime spécial de détention de l’article 41 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire d’abord, puis le placement dans un secteur E.I.V., constituent une torture « ou, à titre subsidiaire, un traitement inhumain et dégradant » eu égard à son état de santé. Même le régime ordinaire aurait entraîné une détérioration de sa santé. Le fait d’utiliser un fauteuil roulant et de devoir vivre dans le service médical de la prison aurait été un facteur d’aggravation de la souffrance. L’application du régime spécial de détention aurait de plus été prorogée au motif que le requérant n’avait pas participé aux programmes de coopération avec la justice (il n’était pas devenu un « repenti »). Sa dangerosité aurait pu justifier la dérogation aux règles de la détention ordinaire pendant une période limitée de quelques jours ou de quelques mois, mais pas au-delà.
b) Le Gouvernement
53. Le Gouvernement soutient que les restrictions imposées au requérant du fait du régime spécial de détention n’ont pas atteint le niveau minimum de gravité requis pour tomber sous le coup de l’article 3 de la Convention. Il souligne tout d’abord que ces restrictions étaient nécessaires pour empêcher l’intéressé, socialement dangereux, de garder des contacts avec l’organisation criminelle à laquelle il appartient. Il fait ensuite remarquer que même le régime spécial n’a pas été suffisant pour brider le comportement criminel du requérant puisque celui-ci, en dépit des restrictions imposées, a écopé à plusieurs reprises de sanctions disciplinaires à cause de sa conduite en prison.
54. Pour ce qui est de l’état de santé du requérant, le Gouvernement observe, d’une part, qu’il ressort du dossier médical de l’intéressé que son état n’était pas incompatible avec la détention et, d’autre part, que le requérant a été placé au service médical de la prison, où il a pu bénéficier de soins adaptés à sa condition. Lorsque cela s’est avéré nécessaire, il a aussi été hospitalisé à l’extérieur de la prison.
2. Appréciation de la Cour
a) Principes généraux
55. Conformément à la jurisprudence constante de la Cour, pour tomber sous le coup de l’article 3 de la Convention, un mauvais traitement doit atteindre un minimum de gravité. L’appréciation de ce minimum est relative ; elle dépend de l’ensemble des données de la cause, notamment de la durée du traitement et de ses effets physiques ou mentaux ainsi que, parfois, du sexe, de l’âge et de l’état de santé de la victime (voir, entre autres, Price c. Royaume-Uni, no 33394/96, § 24, CEDH 2001-VII, Mouisel c. France, no 67263/01, § 37, CEDH 2002-IX, et Gennadi Naoumenko c. Ukraine, no 42023/98, § 108, 10 février 2004). Les allégations de mauvais traitements doivent être étayées par des éléments de preuve appropriés (voir, mutatis mutandis, Klaas c. Allemagne, 22 septembre 1993, § 30, série A no 269). Pour l’appréciation de ces éléments, la Cour applique le principe de la preuve « au-delà de tout doute raisonnable ». Toutefois, une telle preuve peut résulter d’un faisceau d’indices, ou de présomptions non réfutées, suffisamment graves, précis et concordants (Irlande c Royaume-Uni, 18 janvier 1978, § 161 in fine, série A no 25, et Labita c. Italie [GC], no 26772/95, § 121, CEDH 2000-IV).
56. Pour qu’une peine et le traitement dont elle s’accompagne puissent être qualifiés d’« inhumains » ou de « dégradants », la souffrance ou l’humiliation doivent en tout cas aller au-delà de celles que comporte inévitablement une forme donnée de traitement ou de peine légitimes (Jalloh c. Allemagne [GC], no 54810/00, § 68, CEDH 2006-IX).
57. S’agissant en particulier de personnes privées de liberté, l’article 3 impose à l’Etat l’obligation positive de s’assurer que tout prisonnier est détenu dans des conditions compatibles avec le respect de la dignité humaine, que les modalités d’exécution de la mesure ne le soumettent pas à une détresse ou une épreuve d’une intensité qui excède le niveau inévitable de souffrance inhérent à la détention et que, eu égard aux exigences pratiques de l’emprisonnement, la santé et le bien-être du prisonnier sont assurés de manière adéquate, notamment par l’administration des soins médicaux requis (Kudła c. Pologne [GC], no 30210/96, § 94, CEDH 2000-XI, et Rivière c. France, no 33834/03, § 62, 11 juillet 2006). Ainsi, le manque de soins médicaux appropriés, et, plus généralement, la détention d’une personne malade dans des conditions inadéquates, peuvent en principe constituer un traitement contraire à l’article 3 (voir, par exemple, İlhan c. Turquie [GC], no 22277/93, § 87, CEDH 2000-VII, et Gennadi Naoumenko précité, § 112).
58. Les conditions de détention d’une personne malade doivent garantir la protection de sa santé, eu égard aux contingences ordinaires et raisonnables de l’emprisonnement. Si l’on ne peut en déduire une obligation générale de remettre en liberté ou bien de transférer dans un hôpital civil un détenu, même si ce dernier souffre d’une maladie particulièrement difficile à soigner (Mouisel précité, § 40), l’article 3 de la Convention impose en tout cas à l’Etat de protéger l’intégrité physique des personnes privées de liberté. La Cour ne saurait exclure que, dans des conditions particulièrement graves, l’on puisse se trouver en présence de situations où une bonne administration de la justice pénale exige que des mesures de nature humanitaire soient prises (Matencio c. France, no 58749/00, § 76, 15 janvier 2004, et Sakkopoulos c. Grèce, no 61828/00, § 38, 15 janvier 2004).
59. En appliquant ces principes, la Cour a déjà conclu que le maintien en détention pour une période prolongée d’une personne d’un âge avancé, et de surcroît malade, peut entrer dans le champ de protection de l’article 3 (Papon c. France (no 1) (déc.), no 64666/01, CEDH 2001-VI, Sawoniuk c. Royaume-Uni (déc.), no 63716/00, CEDH 2001-VI, et Priebke c. Italie (déc.), no 48799/99, 5 avril 2001). De plus, la Cour a jugé que maintenir en détention une personne tétraplégique, dans des conditions inadaptées à son état de santé, était constitutif d’un traitement dégradant (Price précité, § 30). Cela étant, la Cour doit tenir compte de trois éléments, notamment, pour examiner la compatibilité du maintien en détention d’un requérant avec un état de santé préoccupant, à savoir : a) la condition du détenu, b) la qualité des soins dispensés et c) l’opportunité de maintenir la détention au vu de l’état de santé du requérant (Farbtuhs c. Lettonie, no 4672/02, § 53, 2 décembre 2004, et Sakkopoulos précité, § 39).
b) Application de ces principes au cas d’espèce
60. Dans la présente affaire, se posent la question de la compatibilité du maintien en détention du requérant avec son état de santé et celle de savoir si cette situation atteint un niveau suffisant de gravité pour entrer dans le champ d’application de l’article 3 de la Convention.
61. La Cour observe que le requérant souffre de plusieurs pathologies et a été contraint de se déplacer dans un fauteuil roulant. Sa santé s’est dégradée au fil du temps. Les dossiers médicaux déposés au greffe par ses conseils montrent qu’il a été soumis à une série de visites médicales, tests et examens spécifiques tant pendant son long séjour dans la section du service médical de la prison de Naples (Secondigliano) – de juin 2000 à février 2005 – que par la suite. Par trois fois, en janvier 2001, en mars et en juillet 2002, les juridictions de l’application des peines de Naples, sur la base des rapports médicaux établis par les médecins de la prison, ont rejeté ses demandes de suspension de l’exécution de la peine, en estimant que les soins prodigués par le service médical interne de l’établissement pénitentiaire étaient adaptés à l’état de santé du requérant (paragraphes 18 et 19 ci-dessus).
En 2007 et en 2008, le requérant a subi deux interventions chirurgicales lourdes, comportant l’ablation d’un rein, puis d’un méningiome. Ces interventions ont été effectuées dans un centre hospitalier civil (paragraphes 20 et 21 ci-dessus).
62. A la lumière des éléments en sa possession, la Cour est d’avis que les autorités nationales ont satisfait à leur obligation de protéger l’intégrité physique du requérant, en suivant attentivement l’évolution de son état de santé, en évaluant la gravité de ses pathologies et en lui administrant les soins médicaux appropriés. Lorsque l’aggravation de l’état de santé de l’intéressé l’a exigé, les autorités ont ordonné son hospitalisation dans un centre médical civil, et ce à deux reprises (paragraphes 20 et 21 ci-dessus).
En particulier, le 2 octobre 2008, le tribunal de l’application des peines de Naples a ordonné la suspension de l’exécution de la peine, estimant que l’état de santé du requérant était incompatible avec la détention en raison notamment de l’ablation d’un méningiome subie le 3 septembre 2008 (paragraphe 21 ci-dessus).
63. Dans la mesure où le requérant semble s’en plaindre, la Cour doit rechercher également si l’application prolongée du régime spécial de détention prévu à l’article 41 bis constitue une violation de l’article 3 de la Convention.
64. La Cour admet qu’en général l’application prolongée de certaines restrictions peut placer un détenu dans une situation qui pourrait constituer un traitement inhumain ou dégradant. Cependant, elle ne saurait retenir une durée précise pour déterminer le moment à partir duquel est atteint le seuil minimum de gravité pour tomber sous le coup de l’article 3. Au contraire, la durée doit être examinée à la lumière des circonstances de chaque espèce, ce qui implique notamment de vérifier si le renouvellement et la prolongation des restrictions en cause étaient justifiés ou pas (Argenti c. Italie, no 56317/00, § 21, 10 novembre 2005).
65. La Cour note que les restrictions imposées au requérant du fait du régime spécial de détention étaient nécessaires pour empêcher l’intéressé, socialement dangereux, de garder des contacts avec l’organisation criminelle à laquelle il appartient. Or le requérant n’a pas fourni à la Cour d’éléments qui lui permettraient de conclure que la prorogation de ces restrictions ne se justifiait manifestement pas (voir, mutatis mutandis, l’arrêt Argenti précité, §§ 20-23, dans lequel la Cour a jugé non contraire à l’article 3 de la Convention l’application du régime spécial de détention pendant plus de douze ans).
66. Par ailleurs, les juges de l’application des peines ont annulé ou assoupli certaines restrictions (paragraphe 14 ci-dessus). En outre, le requérant a été placé au service médical de la prison, où il a pu bénéficier de soins adaptés à son état de santé (paragraphe 18 ci-dessus) et, lorsque cela s’est avéré nécessaire, il a également été hospitalisé à l’extérieur de la prison (paragraphes 20 et 21 ci-dessus).
67. Au vu de ce qui précède, la Cour estime que le traitement dont le requérant a fait l’objet n’a pas excédé le niveau inévitable de souffrance inhérent à la détention. Le seuil minimum de gravité pour tomber sous le coup de l’article 3 de la Convention n’ayant pas été atteint, cette disposition n’a pas été méconnue en l’espèce.
Partant, il n’y pas eu violation de l’article 3.
II. SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L’ARTICLE 6 § 1 DE LA CONVENTION
68. Le requérant insiste sur les restrictions importantes qu’il aurait subies, depuis 1994, dans l’exercice de son droit à un tribunal. Il allègue la violation de l’article 6 § 1 de la Convention, dont la partie pertinente est ainsi libellée :
« Toute personne a droit à ce que sa cause soit entendue (…) par un tribunal (…) qui décidera, soit des contestations sur ses droits et obligations de caractère civil, soit du bien-fondé de toute accusation en matière pénale dirigée contre elle. (…) »
69. Le Gouvernement s’oppose à cette thèse.
70. La Cour estime devoir se pencher sur ce grief en examinant d’abord la période pendant laquelle le requérant a été soumis au régime spécial de détention prévu à l’article 41 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire (août 1994-février 2005), puis la période de placement dans un secteur E.I.V. (mars 2005-avril 2008).
A. Les restrictions au droit à un tribunal pendant la période d’application de l’article 41 bis de la loi sur l’administration pénitentiaire
1. Sur la recevabilité
71. Le requérant souligne le retard systématique avec lequel se prononceraient les juridictions de l’application des peines.
72. Le Gouvernement soutient que la seule décision rendue tardivement par le tribunal de l’application des peines remonte au 20 octobre 1999. Le grief du requérant serait irrecevable pour deux motifs. Tout d’abord, il serait tardif car la décision en question serait devenue définitive le 30 octobre 1999, soit bien plus de six mois (article 35 § 1 de la Convention) avant l’introduction de la requête. Ensuite, le requérant aurait omis de se pourvoir en cassation, ce qui rendrait le grief irrecevable également pour non-épuisement des voies de recours internes.
73. La Cour rappelle que le retard mis par les juridictions nationales dans l’examen des réclamations à l’encontre des arrêtés d’application du régime spécial de détention peut poser, dans certaines conditions, des problèmes au regard de la Convention.
74. Ainsi, dans l’affaire Messina c. Italie (no 2) (no 25498/94, §§ 94-96, CEDH 2000-X), tout en reconnaissant que le simple dépassement d’un délai légal ne constitue pas une méconnaissance du droit à un recours effectif, la Cour a affirmé que le non-respect systématique du délai de dix jours imparti au tribunal de l’application des peines par la loi no 354 de 1975 peut sensiblement réduire, voire annihiler, l’impact du contrôle exercé par les tribunaux sur les arrêtés du ministre de la Justice. Elle est arrivée à cette conclusion en tenant compte en particulier de deux éléments : la durée limitée de chaque arrêté imposant le régime spécial, et le fait que le ministre de la Justice peut prendre un nouvel arrêté sans être lié par une éventuelle décision du tribunal de l’application des peines révoquant une partie ou la totalité des restrictions imposées par l’arrêté précédent. Dans cette affaire, le ministre de la Justice avait pris, immédiatement après l’expiration du délai de validité des arrêtés attaqués, de nouveaux arrêtés réintroduisant les restrictions entre-temps levées par le tribunal de l’application des peines.
75. En outre, dans l’arrêt Ganci (précité, § 31), la Cour a jugé que l’absence de toute décision sur le fond des recours introduits contre les arrêtés du ministre de la Justice constitue une violation du droit à un tribunal garanti par l’article 6 § 1 de la Convention.
76. La Cour observe qu’en l’espèce le tribunal de l’application des peines a rejeté pour perte d’intérêt deux des dix-neuf demandes du requérant contestant la prorogation de l’application du régime spécial de détention. La période de validité des deux arrêtés avait en effet déjà expiré à la date de la décision du tribunal. Il s’agit des recours contre les arrêtés du ministre de la Justice nos 9 et 12 (paragraphe 14 ci-dessus).
77. Quant à la décision de rejet relative à l’arrêté no 9, le Gouvernement le relève à juste titre, elle est devenue définitive le 30 octobre 1999. La requête ayant été introduite le 31 août 2000, cette partie du grief tiré de l’article 6 § 1 se révèle tardive et doit être déclarée irrecevable en application de l’article 35 §§ 1 et 4 de la Convention.
78. En ce qui concerne le recour

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